July 20, 2011

Bitcoin

Bitcoin Plus

(Se ti stai chiedendo "cosa succede alla mia CPU?", non ti preoccupare e premi stop. Altrimenti non ti preoccupare e basta. E se non premi stop, e se magari lasci questa pagina aperta, sappi che io ti ringrazio)

"I Bitcoins saranno per l'economia quello che wikileaks e' stato per il giornalismo, wikipedia per le enciclopedie, internet per le cominucazioni."

Non so se e' come dice il mio amico Juan, ma averne un po' male non fa. E tu che leggi ora mi stai aiutando, quindi grazie (anche se nell'ordine di 1e-5 BTC ogni ora: non saro' mai ricco). Se ti incuriosisce, segui i link o metti un comment.

October 11, 2010

A volte ritornano

Parlano di noi in espatrio ovunque. Per esempio, su Repubblica, sul Time.

Una proposta concreta per farci tornare tutti: per poter conseguire una carriera politica in Italia, inserire l'obbligatorieta' di esperienza lavorativa remunerata per almeno 2 anni all'estero.

Che ne dite?

August 30, 2009

Matematica dell'accusa

"Un pregiudizio che madame non dovrebbe avere perche' lei stessa proviene dal mondo dello spettacolo, e memorabili sono le sue esibizioni a torace nudo sul palcoscenico del teatro Manzoni (Milano) dove Silvio la conobbe, innamorandosene."
Feltri, Libero (sul pregiudizio di Veronica Lario verso il ciarpame ronzante attorno al marito).

"Veronica Lario ha un altro uomo"
Libero

"Finche' i moralisti speculeranno su cio' che succede sotto le lenzuola di altri, noi ficcheremo il naso (turandocelo) sotto le loro."
Feltri, il giornale.

"Ma se risulta che colui che lancia le accuse, nel ruolo pubblico di direttore di un importante giornale, ha commesso atti privati lesivi della altrui famiglia, che sono stati accertati con sentenza di condanna passata in giudicato, se ne desume che le illazioni che egli trae a carico del premier Berlusconi come uomo pubblico sono sbagliate. Infatti per ammettere che fossero giuste, bisognerebbe anche ammettere che anche il direttore dell'Avvenire che le lancia non ha titolo per dirigere un giornale che fa prediche morali. Ma se si ammette che questo direttore non ha titolo per fare tali prediche, le critiche che egli fa non sono dotate di alcun valore. Sono carta straccia.
Il teorema mi pare ineccepibile."

Francesco Forte, il giornale.

Ok. Quindi. C'e' un teorema di mezzo (se...allora). La cosa e' interessante. Mettiamola in simboli.

Definiamo:
X e' un soggetto che lancia un'accusa: Lario, Boffo, LaRepubblica
F e' il fatto o il comportamento messo sotto accusa da X: l'immoralita', il tradimento, il circondarsi di ciarpame, le domande di LaRepubblica.
Y e' la persona oggetto dell'accusa F: Berlusconi.
y e' l'insieme di coloro che difendono Y: Feltri etc.

F(Y) = 1 significa che e' vero che Y ha commesso F.
F(Y) = 0 significa che non e' vero che Y ha commesso F.

L'argomento principe di y in questi ultimi tempi e' riassumibile in questo teorema:

Ipotesi:
- se un soggetto X lancia un'accusa contro un fatto o un comportamento F fatto da Y, cioe' : X suggerisce che F(Y) = 1
- se y di risposta dimostra che F(X) = 1, cioe' che X stesso e' colpevole del fatto F,

Allora:
il suggerimento di X che F(Y) possa essere =1 non e' da prendere in considerazione.

Mmm.. Commenti:
- Il fatto F, messo sotto i riflettori da X che lo imputa a Y, e' considerato sbagliato universalmente, cioe' immorale. Da tutti, compreso y stesso, che non ne discute l'immoralita', anzi usa proprio questa immoralita' contro X.

- y cerca di difendere Y: ma non dimostra che F(Y) = 0, dimostra solo che anche F(X) = 1. La conclusione e' solo che entrambi X e Y sono colpevoli di F. F puo' benissimo valere 1 per X e Y allo stesso tempo, c'e' spazio per tutti all'inferno.

- La strategia di y viene fatta discendere dalle parole di Gesu' stesso: "chi non ha peccato scagli la prima pietra". Chi usa questo argomento per dar forza al teorema di cui sopra dimentica che Gesu' in verita' voleva dire: "e' vero che F(Y) = 1, ma siccome per ogni altro soggetto Z esiste una qualche colpa F' per cui F'(Z) = 1, orsu', noi che siamo questi peccatori Z, perdoniamo a Y di aver fatto F". Il perdono era la chiave. C'e' perdono per Y ? Una qualche ammissione di Y e promessa a non ricommettere F credo aiuterebbe. Comunque al momento no, Y non e' perdonato.

- Importanza relativa dei casi F(Y) = 1 o F(X) = 1 : A chi importa se X ha commesso F? A chi importa se Y ha commesso F? Dipende dal bacino di influenza di X e Y. Se il bacino di influenza di Y e' maggiore di quello di X, allora F(Y) = 1 ha conseguenze peggiori di F(X) = 1. E' bene che i vari bacini di influenza non rimangano passivi, se considerano F davvero grave. Per chiarezza, ora lo Stato e' il bacino di influenza di Y, mentre per X sono le sue persone intime attorno o i suoi lettori. C'e' un rapporto di 10 milioni a uno.

- Perche' y non capisce che F(X) = 1 non implica F(Y) = 0 ? Credo che y lo sappia bene. Ma la scelta professionalmente ardita di y di mettere sotto quegli stessi riflettori, che illuminano la scritta F(Y) = 1, che anche F(X) = 1, necessariamente sara' seguita da una ingarbugliata discussione, con toni aspri riguardo Y, X e soprattutto y, che diluiranno le energie e le attenzioni. L'immoralita' dell'atto F, indipendente da X o Y, e la sua proprieta' F(Y) = 1, rilevante per il grande bacino di influenza di Y, saranno dimenticate. L'opinione su y sara' sempre piu' polarizzata tra chi lo odia e chi lo ama, cosa che evidentemente non dispiace a y. X continuera' la sua esistenza con una macchia di fango sulla camicia ben visibile, il prezzo pagato per essere sceso nell'arena fangosa. Y manterra' il suo potere avendo superato uno scoglio in piu'.

La matematica non e' certo il linguaggio migliore per discutere di queste cose. Il senso di quello che voglio dire e' che le strategie seguite per discolparsi da chi e' oggetto di accusa, non giudiziaria ma sociale e morale, spesso non entrano nello specifico. Anzi cercano volontariamente, credo, di distogliere l'attenzione dallo specifico. Perche' non discutiamo di F, dell'immoralita' di quelle azioni? deve un capo di stato essere sotto quei riflettori? E' davvero solo un guardare dallo spioncino? E' gossip oppure ha senso politico? Il politico deve essere probo? deve continuamente essere soggetto a verifiche non solo sul suo operato ma anche sulla sua vita privata? E in questo caso la vita privata di Berlusconi non entra per nulla in gioco nel suo operato politico? non era lui stesso a vendere l'integrita' della sua famiglia in giornali pieni di foto prima delle elezioni? Vogliamo che un politico ci parli della sua famiglia? All'epoca di quei giornaletti elettorali non ci piaceva, ora invece va bene. Dov'e' il limite, la transizione? Lo faremo anche coi nostri a nostro tempo? E come ci rapporteremo con quelli che oggi picchiano piu' forte, i cattolici, la chiesa, per cui in fondo facciamo il tifo?

June 5, 2009

Einstein e Goedel

Per chi fosse interessato, un bel articolo divulgativo (New Yorker) sull'amicizia tra Einstein e Goedel, a Princeton. Un periodo quello in cui grandi menti calpestavano il pianeta terra. Nell'articolo ottime descrizioni dei loro lavori rivoluzionari: Einstein in campi della fisica che da li' nacquero (fotoni, atomi e relativita'); Goedel in matematica/logica, con lo smantellamento della completezza dei sistemi logici formali. Una volta insieme, diventati amici, la combinazione genera, nella mente di Goedel, la piu' pazza, ma fondata, teoria cosmologica: l'universo non e' in espansione ma in rotazione, e il tempo non puo' esistere. Una conseguenza della teoria della relativita', che poi nessuno ha piu' seriamente ripreso in mano.

[Grazie a prof.Juan]

May 17, 2009

Conversazioni ottocentesche

Quindi sta emergendo questa nuova disciplina, la Cliodinamica. Attira parecchio la mia curiosita', essendo una sorta di ponte tra la scienza ufficiale fatta di modelli, teorie, numeri, metodo e predizioni e la sfera dell'universo che piu' sembra sfuggire a ogni previsione scientifica: l'umanita' stessa. Puo' il metodo scientifico inventato dagli esseri umani essere usato per studiare le dinamiche sociali di tali esseri?

Sicuramente tutti saranno d'accordo, scienziati e no, che applicare il metodo scientifico per capire e quindi predirre il comportamento del singolo individuo, e' cosa talmente lontana dal fattibile che diventa di fatto impossibile. Il problema e' troppo complicato che non vale la pena perderci tempo. Ma quando gruppi di persone sono studiati insieme, paradossalmente, la speranza di quegli scienziati e' che le cose si semplifichino. Fino a poter trovare pattern ripetuti, correlazioni tra occorrenze che, in posti diversi e tempi diversi, diano piu' o meno effetti simili.

Ma e' una speranza fondata? O puo' esserci qualche ostacolo di principio, che magari io non vedo troppo bene, ma qualcun'altro puo'? Ne ho parlato con il (quasi-)dottor P., esperto di filosofia, soprattutto filosofia politica. Studiare quotidianamente la filosofia politica, credo, deve modificare seriamente la percezione del mondo. La fisica quotidiana lo fa con me, d'altro canto. E volendo sapere com'e' il mondo da quell'altra parte del fiume, P. mi e' sempre d'aiuto.

La giro a conversazione, tra me e lui, come potrebbero fare due personaggi di un romanzo ottocentesco, di quelli noiosissimi. Spero possa interessare chi voglia vedere i diversi approcci che hanno due ininfluenti ma entusiasti esponenti di queste due discipline tanto lontane, fisica e filosofia (politica).

F. Quindi cosa ne pensi di questa nuova direzione della scienza dura, in cui si vuole usare massicciamente il metodo scientifico e statistico (che gia' si usa in altri campi) per andare a scovare pattern e correlazioni niente di meno che nella Storia Umana? Ha senso dal tuo punto di vista ?

P. La questione - cioe' possono le scienze sociali (come la storia) diventare come le scienze pure? - e' molto complessa. Su di essa si sono scritte migliaia di pagine e combattute guerre atroci (non ancora sopite). E' una questione che divide quasi in due bande gli scienziati sociali: chi dice che si, chi dice che no, e chi dice che forse un po'. Io sono nel bando del no.
O meglio, evidentemente che l'uso di tecniche sperimentali e metodi quantitativi sia a volte utili per cercare di prevedere comportamenti futuri di breve periodo e' scontato. Ma il punto e' un altro. Cosa mi serve sapere, per esempio, quale sara' il comportamento elettorale dei giovani nelle prossime elezioni (il comportamento elettorale e' uno dei campi dove piu' e' diffuso il metodo quantitativo) se non so cosa significa "democrazia"?
Nel secolo XX, l'avvenimento storico-politico piu' rilevante e' stato sicuramente il nazismo. Avrebbe mai potuto una scienza sociale "scientifica" prevedere questo fenomeno? No. Il compito, come dice Hannah Arendt, non e' tanto prevedere il futuro ma cercare di comprendere il passato. Non prevedere le "incrostazioni" dei comportamenti umani che si ripetono regolarmente nei secoli, ma capire le eccezioni rilevanti. Le prime sono le cose meno interessanti (anche se importanti), e le seconde quelle che determinano il cammino della storia. Vico non la pensava in modo molto differente.
Insomma se non si cerca di capire la sostanza dei fenomeni umani, di dargli un significato, allora cercare di prevedere i comportamenti umani, oltre che velleitario (i risultati di questi sforzi sono sempre stati piuttosto scarsi), e' fuorviante.
Te lo dico perche' non e' che quelli che usano metodi quantitativi sono una sparuta minoranza. Sono la stragrande maggioranza e si stanno espandendo. Nel congresso dell'associazione europea di scienze politiche, su 40 di panel dedicati a vari temi, solo 4 erano di filosofia politica, tutti gli altri erano piu o meno riconducibili a metodi quantitativi.

F. La cosa mi interessa parecchio perche' io sono essenzialmente sull'altra sponda rispetto a te, pur avendo da sempre non so se il cuore o solo l'educazione dall'altra. Io sono sulla sponda in cui il numero (la quantificazione) e' il dio. Gli strumenti di misura sono gesu', e noi tutti gli apostoli che dobbiamo capire dai numeri attraverso uno schermo la realta' divina. Non si puo' dire che non funzioni per nulla, ci ha mandato sulla luna e cura i tumori.
Il metodo e' la cosa che mi piace di piu' di tutta questa storia: ipotesi, verifica, predizione, verifica, nuova ipotesi, verifica etc etc. Il metodo scientifico da Galileo in poi ne ha fatta di strada, ed e' questo che mi rende entusiasta del lato in cui sto. Pero' ora la gente si inizia a dire: questo metodo stesso (quello della scienza dura: il lavoro sperimentale, poi modelli e analisi), non lo possiamo applicare altrove rispetto a sistemi costruiti ad arte?
Galileo, ancora, ci insegno' che per capirci qualcosa della natura bisognava "togliere": bisogna cioe' eliminare accidenti esterni, cause i cui effetti sono troppo complicati, perturbazioni varie, e uno rimane davanti alla natura fatta di triangoli e cerchi, perfettamente spiegabile in termini geometrici o matematici. E la cosa funziona, aiuta a capire (e ad usare) la base delle cose, dalle puleggie agli atomi. Ma ora si dice, e forse in maniera naturale: iniziamo ad "aggiungere", e si inizia a studiare il caos determinista in matematica, l'interazione tra popolazioni, l'ecologia, le robe complesse fatte da tanti piccoli elementi che interagiscono, le reti, il cervello. E le descrizioni analitiche esplodono in complessita', ma si riesce ancora a fare molto.
Fino a dire: vediamo cosa possiamo dire sulla Storia, fenomeno di cui iniziamo ad avere sufficienti dati "sperimentali". Leggendo quell'articolo di Nature all'inizio storcevo il naso. Non si sa come si comporta un semplicissimo sistema di 3 equazioni non lineari, e tu vuoi farlo con la Storia? mmm, non mi convinceva proprio.
Pero', e c'e' un piccolo pero', forse alla fine ho capito cosa intendono fare: vogliono provare ad applicare il metodo, e non a trovare soluzioni "analitiche" a problemi impossibili. E quindi: andare a cercare nel passato dei pattern (cosi chiamano le tue "incrostazioni") che si ripetono e vedere se hanno generato, nel loro futuro a noi conosciuto, delle conseguenze simili. Chissa' che non si trovi che il nazismo e' stato generato da pattern nella societa' (rancore per i trattati di pace appena fatti, crescita demografica e/o economica) simili a quelli che si possano trovare altrove in altro periodo (magari oggi?). La cosa quasi mi sembra ragionevole. Mi sembra quello che sempre hanno fatto gli storiografi, ma questa volta cercando di quantificare.
Pur essendo un "entusiasta" del metodo, lungi da me pensare che quella sia l'unica maniera di rapportarsi al mondo. Ne esistono altre, e' bene esserne consapevoli e rispettarli (ognuno nella sua sfera di attuabilita'). Metodi non analitici, evocativi, a volte strettamente non basati sulla logica, retorici: dalla filosofia all'arte o alla poesia, fino anche al misticismo dei monaci buddhisti. Una volta ho sentito dire, da un bravissimo scientifico, che la filosofia dovrebbe scomparire, perche' e' un campo in cui ognuno puo' dire quello che gli pare senza verifiche di alcun tipo. Il che e' pur vero, ma c'e' da capire che, pur essendo immersi nel metodo scientifico, non e' quella la sola via alla lettura della realta'. Certo se mi viene un'infezione preferisco un medico a uno sciamano, ma cio' non toglie che lo sciamano mi affascina e credo che possa insegnarci parecchie cose.

P. Veniamo alla questione della storia come scienza analitica.
Realmente, non e' che mi posso ora mettere a scrivere un trattato, perche', come immaginerai, questo tema - la relazione tra le scienze naturali e quelle umanistiche, o il tentativo di trasportare i metodo scientifico delle prime nelle seconde - e' enorme e su di esso si e' scritto moltissimo. questo perche' tocca un punto centrale: "quanto possiamo sapere, prevedere, e controllare dei processi in societa'?", cioe' "fino a che punto e' conoscibile il senso dell'azione umana e quindi dell'uomo?". E' anche un punto in cui si vede nella maniera piu' drastica, la differenza tra la filosofia antica e quella moderna. Su questo punto, infatti, si e' registrata una delle rotture piu' drastiche effettuate dalla modernita'. In breve, la rivoluzione scientifica che si e' verificata con Galileo, poi Copernico, ecc. ha avuto delle influenze molto rilevanti anche sul lato filosofico. Naturalmente, le influenze sono state reciproche, pero' diciamo che i successi ottenuti con il metodo scientifico sono stati accolti dall' "altra parte" con grande ammirazione, e allo stesso tempo, con frustrazione per i presunti "insuccessi" a cui invece era abituata la filosofia.
Si e' iniziato a pensare (Machiavelli e Hobbes) che la filosofia politica doveva interessarsi alla realta' e non a quello che vorremmo che fosse la realta'; che il conoscimento dovesse procedere dall'esperienza e dall'induzione logica, invece che dall'autorita' del passato, e che il conoscimento e il potere fossero la stessa cosa (Bacone), e poi piu' avanti che la certezza dovesse essere il prodotto del dubbio assoluto (Descartes). Poi sono passati secoli e successe cose, ma si e' arrivati nel secolo xx a un'applicazione vera e propria del metodo scientifico, quantitativo, alle scienze sociali. Modelli di comportamento elettorale, di previsione dei conflitti armati, di comportamenti economici, ecc.
Naturalmente il passaggio dagli esordi della modernita' ai tempi nostri e' stato molto lungo, e nel frattempo ci sono state tante cose nel mezzo. Anzi, autori come Machiavelli, Hobbes o Bacone, avevano allo stesso tempo tanto di moderno, quanto di antico (e anche da qui il fatto che siano cosí interessanti), ma diciamo che le radici piu o meno vanno rintracciate li'. Comunque, perche' ti faccio questa ricostruzione storica? Perche' da li' emergono alcuni temi importanti. Prima di tutto la questione della differenza tra cio' che e' e cio' che dovrebbe essere. Poi, il tema della relazione tra conoscimento e potere, e infine quello della certezza. Mi concentrero' sul primo, anche se poi tutti e tre sono correlati e interdipendenti. Allora, per iniziare si puo' dire che una delle differenze che piu' saltano all'occhio tra le scienze naturali e quelle sociali, e' il fatto che nelle prime esiste una separazione tra l'oggetto di studio e il soggetto che compie lo studio. Cioe' si studia il fenomeno naturale da una perspettiva esterna, dello spettatore che si mette li' e guarda quello che succede. Applicato alle scienze sociali questa condizione si traduce nella pretesa che lo scienziato distingua chiaramente tra "fatti" e "valori". I primi sono propriamente l'oggetto di studio; oggetto di studio che va affrontato da una posizione neutrale, da cui i valori dello scienziato debbono essere tenuti fuori. Anche quando l'oggetto di studio sono i "valori" (le credenze morali, per es.), questi vanno esaminati come fossero "fatti", cioe' oggettivati e studiati dall'esterno. Questa pretesa "scienticista" portata avanti nelle scienze sociali dal positivismo e' il vero punto debole e pericoloso di chi vuole plasmare le scienze sociali sul modello di quelle naturali. Lo scienziato sociale non potra' e non dovra' mai lasciare da parte i suoi valori, sia perche' questo e' impossibile - la stessa scelta dell'oggetto di studio e' determinata dai nostri interessi, da cio' che crediamo importante - sia perche' e' pericolosa, perche' significa che lo scienziato sociale si esonera dal compito di decidere cosa e' importante o no nel suo lavoro, e diventa uno mero strumento del potere.
Appunto, invece di mettere la scienza al servizio del benessere generale, la rende puro strumento utilizzabile da chi detiene il potere e decide autonomamente cosa e' buono o no per la socita'. Questa posizione appunto mostra chiaramente l'equazione che la modernita' stabilisce tra sapere e potere. Quest'ultimo e' quello che comanda, usando il sapere come mezzo per ottenere i suoi fini. Nell'antichita', e in altre tradizioni culturali, come il giudaismo per esempio, il sapere era fine a se stesso. Cioe' non era strumento ma fine. Sapere e felicita' piu o meno coincidevano. Ma il problema non e' solo questo. Come abbiamo detto, nelle scienze sociali (ma in realta' anche nelle scienze naturali) non si puo' pretendere una posizione neutrale da parta dello scienziato, ma imparziale si. I suoi valori, cioe', lo devono guidare pero' senza cadere nella faziosita', nella partigianeria. Quello che lo deve guidare e' sempre l'amore per il sapere (filosofia). In secondo luogo, e qui entriamo in un altro tema fondamentale, le scienze sociali, trattando appunto di azioni umane, non si interessano solo dei "fatti" ma dei "significati".
Cioe' non devono solo stabilire in che modo, per esempio, una societa' raggiunge un minor o maggior grado di ordine interno, ma stabilire che significa quel determinato concetto di ordine. Questo vale anche per quanto riguarda i comportamenti, diciamo cosi', piu' meccanici degli uomini (tipo quelli economici, di abbastamento alimentare, per esempio).
L'economia, anche se ha beneficiato molto dell'introduzione dei modelli matematici nel suo seno, non puo' prescindere dallo sforzo di significazione dei fenomeni che studia. Per esempio, la stessa legge della domanda e della offerta, dovra' determinare perche' un bene si domanda in minor o maggior misura. E questo non potra' essere fatto semplicemente determinando una serie di preferenze degli individui, e da esse preferenze aggregate, costruendo modelli in cui si introducono variabili numeriche per ogni tipo di fattore che influenzia la scelta. Questo si puo' fare e i risultati, possono essere abbastanza buoni, ma cosi' facendo non si affronta una questione centrale: che l'azione umana non puo' essere ridotta a dei numeri.
Non e' in gran parte quantificabile. Il suo significato richiede invece un approccio interpretativo, discorsivo. Come diceva Arendt, l'errore dei materialisti e' credere che "la materia" ha lo stesso significato per tutti. Non e' la stessa cosa, per esempio, chi vuole solo i soldi perche' la sua psiche e' disturbata da una sorta di attaccamento feticista al denaro, o chi, invece, lo fa, per esempio, per smania di potere o per esibizionismo. Questi tre atteggiamenti anche se puntano allo stesso obiettivo (avere piu soldi) detemineranno comportamenti differenti e andranno affrontati in modo diverso.
Nella scienza politica, poi, questa questione diventa fondamentale. il suo scopo e' quello di capire come funziona la politica, cioe' le relazioni di dipendenza in una comunita'. Queste non possono mai essere considerate come oggetti neutrali, perche' implicano sempre una visione del bene e del male. La filosofia politica antica, a differenza di quella moderna, parte sempre da questo presupposto: cioe' che essa debba interessarsi ad avere una visione del tutto, anche se sa perfettamente che questa visione totale le e' impossibile da raggiungere. L'uomo non potra' mai conoscere il perche' delle cose fino in fondo, ma dovra' essere sempre consapevole che, in quanto uomo, il suo agire si muove indirizzato da questo anelo verso l'assoluto (sto diventando troppo mistico?).
Pero', nonostante questo interesse per il tutto, esattamente la consapevolezza dell' impossibilita' di conoscere il tutto sara' cio' che la spinge a ribassare le sue pretese, e a considerare la prudenza come una delle principali virtu'. Anche in questo punto, si vede la differenza con l'atteggiamento della scienza moderna: se questa ha messo da parte l'interesse per il tutto, d'altra parte ha suddiviso la realta' in varie aree, settori, e in ognuna di esse ha preteso erigersi a padrone attraverso la sua fiducia nelle capacita' di conoscere. Il conoscimento della natura, per esempio, per il controllo su di essa.
Arrivati a questo punto stiamo toccando un'altra questione che anch'essa richiederebbe molto spazio: il conoscimento come strumento di controllo, e la oggettivizzazione di cio' che si studia da parte del soggetto che la studia, con il fine del controllo su di essa. Ma questo tema ci porterebbe troppo lontano.
Tornando alla questione del significato, un esempio pertinente della differenza nello studio delle relazioni umane tra gli antichi e i moderni e' dato dal fatto che, per esempio, Aristotele, in relazione ai legami che tengono unita una comunita' politica, si interessava al tema dell'amicizia, mentre che i moderni, in questo atteggiamento scienticista, alla relazione tra il Io e il Tu.
Aristotele studiava la amicizia come un qualcosa di concreto, vivo, su cui si potevano fare delle generalizzazioni ma che pero' era impossibile da rinchiudere in delle formule, i moderni, invece, attraverso l'astrazione, cercano di rendere questa relazione Io - Tu universale e dopodiche' di applicare le sue regole nei casi concreti.
E' evidente che il significato del concetto di amicizia, sfugge qualsiasi definizione astratta, e va cercata nei casi concreti, e va interpretata piu che oggettivata. in essa ci sara' sempre un surplus di significato che non possiamo definire chiaramente, che non possiamo controllare, ma che tuttavia e' fondamentale. E cio' e' vero in generale per tutto quello che chiamiamo "valori". Da tutto quanto detto risulta che l'applicazione di un metodo scientifico nel campo della storia, con il fine di prevedere i futuri comportamenti, risulta poco plausibile, perche' la natura dell'uomo, come diceva Vico, a causa del libero arbitrio e' resa incertissima e quindi difficilmente previsibile. Quindi se ci fosse una scienza storica che sapesse piu' o meno prevedere i comportamenti futuri significherebbe che l'uomo avrebbe perso la sua liberta'. Bisogna poi vedere quanto lo stesso fatto di voler vedere la storia attraverso lenti analitiche contribuisca a che realmente l'uomo si comporti come i modelli che lo vogliono descrivere. Ma questa e' un'altra questione. Bisognerebbe ricordarsi, per concludere, che gia' Aristotele diceva che il metodo di ogni disciplina dovrebbe plasmarsi sulla materia di quella disciplina, sul suo oggetto di studio, e non viceversa.

F. Ora un ultimo punto, che e' collegato parecchio anche se forse non sembra. Lasciami fare l'avvocato del diavolo, cosa che mi piace, ed esagerare un po'.
Il libro che mi hai dato (Hannah Harendt, The human condition) )mi piace, pero'. Pero' e' scritto per pochi, e la cosa a ogni pagina mi fa girare le palle ad elica. La signora, e tutti voi filosofi, capite le cose in grande profondita', ma non sapete comunicarcele a noi poveri mortali. Devo leggere le frasi di dieci righe minimo tre volte per capirci qualcosa. perche'? Io, come tutti quelli che leggono articoli scientifici, ma ormai vale pure x i ragazzini di youtube, siamo capaci di poco sforzo alla volta. Di frasi semplici in cui le idee vengono esposte chiaramente. La tua amica non lo sa fare proprio. Scrive benissimo per carita', ma non e' lettura facile, anche in quelle frasi in cui dice cose semplici.
Saranno i tempi diversi, e l'uso della retorica che vi sta tanto a cuore. Prova per favore a convincermi che usare un linguaggio complicato, arzigogolato e frasi kilometriche e' funzionale al messaggio. Perche' ora ci credo a fatica, mi sembra un nascondere dietro a una bella cornice un quadro semivuoto (parlo di singole frasi qui, non del libro in toto). A volte traducendo frasi di 12 linee ci trovo solo frasi tipo : lo schiavo greco era infelice.
Lo so , e' uno sfogo. Immagino gia' la risposta: la complessita' delle cose che si vuole comunicare e' tale che non puo' essere solo detta tramite concetti dicibili, va fatta sentire pure in altro modo, e la retorica e' funzionale a quello, un po' come mettere profumo in un libro , o stamparlo su carta igienica o carta vetrata, o scrivere una poesia.
Ma la poesia, se la similitudine tiene, e' intima, personale, a me dice "a" a te "b". La signora in questione invece sono sicuro che ha chiaro quello che vuole dire, e allora perche' non me lo dice piu' semplicemente? perche' mi fa sentire scemo? perche' lo sono, ok, pero' se io faccio tutta quella fatica, pur piacendomi (cioe' meglio, lo trovo importante farlo) , quanta gente potra' leggere quel libro nel mondo? non e' un valore da cercare la diffusione delle tue idee? forse e' questo il punto.
Forse e' per questo che non scrivi un blog e io si. Voi filosofi volete fare come i pittori e diventare famosi solo da morti? volete cambiare la gente tra 50 generazioni, quando saranno pronti a leggervi? aspettate che dall'alto il vostro verbo scenda pian piano giu' nella societa' fino ad intaccare finalmente il postino all'angolo? Perche' dovete (con le vostre idee) arrivare al postino all'angolo e la sciura della porta accanto alla fine, altrimenti e' stato tutto inutile. Mi dai ragione su questo?
Aristotele e' stato un grande filosofo perche' le sue idee hanno forgiato la societa' tutta (le gente moriva a causa di quelle idee) per tempo immemorabile. Perche' i filosofi studiano , scrivono, leggono, traggono conclusioni, altrimenti? Dopo aver fatto tutto quello che volete, dovete divulgarlo!
Questo e' in effetti quello che gli intellettuali hanno sempre fatto e chissa' sempre faranno. Ma c'e' qualcosa che non mi piace in questa dinamica, forse e' che siamo nel tempo di internet e ormai se una cosa non e' letta dopo i primi dieci minuti da quando e' scritta, e almeno da mezzo milione di persone, rischia di scomparire. Che ne dici?
Quindi insomma, il problema della diffusione delle idee. E' davvero cosa necessaria? oppure il poeta non deve badare a questo? ma un filosofo e' un poeta o uno scienziato? Essendo pagato dalla cosa pubblica (come nella maggior parte dei casi), a me sembra che debba poi curarsi della massa indistinta che gli permette di voleggiare nel mondo delle idee e poi mangiare la pagnotta. Quindi per questo mi sembra che la divulgazione sia cosa necessaria. Oltretutto divulgare (ma non intendo con fumetti per bambini, mi raccomando) e' anche modo per smascherare: c'e' qualcosa sotto la cornice di belle parole? ci sono idee davvero sostanziose? C'e' bisogno di sei linee per dire una cosa che puo' essere detta in tre parole?
Qui la mia formazione scientifica prende il sopravvento: noi dobbiamo esprimere tutto in termini "semplici". Qui semplice significa non "facile", ma primario, basilare, quindi appoggiare il discorso una base ormai assodata da tutti. E quindi, in principio dopo un po' di sforzo per informarsi, comprensibile da tutti.
La retorica (chiamo retorica, chissa' se a torto o no, il linguaggio e tutti i suoi strumenti dai grammaticali a quelli piu' alti) che funzione ha? E' davvero necessaria? Mai e' usata come schermo, per nascondere un vuoto? Non deve la retorica essere solo strumento per aiutare a capire meglio? Ma il farsi capire e' o no il fine ultimo (dopo aver qualcosa da dire,certo)? Se hai l'idea geniale per rivoluzionare diciamo, il concetto di democrazia, non deve essere possibile esprimerlo in parole comprensibili ai piu'? O forse il mestiere del filosofo non e' quello di avere idee nuove, brillanti e perche' no, rivoluzionarie? Aristotele o platone o Kant rivoluzionarono qualcosa ? oppure sono solo come i piu' bei fiori del campo? la coagulazione in bellezza "non utile" del pensiero del loro tempo? Qualcosa di proveniente, si, dalla societa', come un fiore dal ramo, ma che a quella societa' non da' nulla, solo semi per tempi e persone a venire, magari dopo generazioni e generazioni? Ho appena usato una figura retorica.... Spero abbia fatto capire meglio che volevo dire.

P. Qui tocchiamo ancora una volta un altro punto molto importante. Cioe' la precisione e definizione con cui il linguaggio usato nelle scienze sociali deve essere concepito. Ci si lamenta spesso che nelle scienze sociali e in filosofia ancor piu' si usa un linguaggio poco chiaro, indefinito, vago. Ebbene, se spesso questo e' frutto della sciatteria e di una scarsa capacita' di comprensione del fenomeno, altre volte e' una necessita' e ancor piú una salvezza. Se e' vero che e' fondamentale essere coerenti, precisare, differenziare, e' anche vero che alcune cose non sono chiaramente definibili. E che i concetti e le definizioni vanno applicate e riconfigurate d'accordo con l'esperienza contingente.
L'amicizia per esempio. Uno puo' dare una definizione generale, distinguendola, per esempio, dal compagnerismo. Pero' poi ogni caso avra' le sue peculiarita'. E, cio nonostante, rimarra' un concetto universale. Universale pero', non nel modo di una legge matematica, ma nel modo in cui e' universale una poesia di Petrarca. E proprio una poesia magari sara' cio' che evocando, invece di definendo, potra' estrarre questa sua universalita' nel modo migliore.
Mi chiedevi se il filosofo e' piu poeta o scienziato. Una bella domanda, non c'e' che dire. E una che mi tiene da tempo in ballo. Cosí, per mettere il carro davanti ai buoi, ti diro' che, come sospetterai, per me e' molto piu poeta che scienziato. Ma ovviamente, questa presa di posizione un po' partigiana, va precisata e specificata. In realta' e' un qualcosa a meta', anche se per me, piu vicino al poeta che allo scienziato. Questo perche' piu' che capire come funziona la realta', deve interpretare cosa questa significa per un essere umano in quanto essere umano. Il che e' in fondo l'unico che puo' fare.

December 9, 2008

Catania o Responsabilita'

All'universita' di Catania sono morti 15 ricercatori, e altre decine sono ammalate di tumori vari, avvelenati nel corso degli anni dall'assenza di misure di sicurezza nel laboratorio di Farmacia.

L'insieme di omerta' e paura dei cosidetti poteri forti dell'universita' e della citta' ha tenuto lo scandalo sotto coperta per anni. Adesso finalmente scoppia lo scandalo, anche se non mi sembra di vedere troppi scandalizzati. La cosa mi riempie di sgomento

Soprattutto una cosa mi da le allucinazioni convulsive (si, sono arrabbiato): nessun commento e soprattutto nessuna azione da parte delle alte cariche dell'universita stessa. Il rettore tace. Ma come tace?

Ecco cosa succederebbe in un paese che dimostrerebbe piu' civilta': il rettore si sarebbe gia' dimesso da un pezzo, e con lui le persone che siedono piu' in basso nell'albero delle responsabilita', nei rami di quell'albero che arrivano fino al laboratorio. Secondo me in america o in molti altri posti in europa, la gente e' abituata a queste cose.

Perche', cosa c'e' alla base di un'alta carica? Io vedo due cose che vanno, e devono sempre andare, a braccetto: potere e responsabilita'. Seguiti a ruota da uno stipendio proporzionale, cosa da non trascurare. Un'alta carica, dal parlamento alla piccola azienda, guadagna in proporzione al livello di responsabilita'. Il principio e' giusto in se', in linea con il "guadagno proporzionale al rischio", della corrente dottrina economica. Ecco cosa un responsabile ai piani alti della gerarchia sempre e': responsabile. E cosi' il rettore di quell'universita'.

Importante: questo non e' giustizialismo da piazza, qualunquismo becero e forcaiolo. E' molto facile immaginare che il rettore e i suoi corresponsabili non abbiano certo voluto il disastro, e forse nemmeno erano a conoscenza di quello che accadeva. Ma anche in questo caso, loro sono i responsabili di quel micromondo, perche' investiti di quella posizione, e quindi di quella responsabilita' di quel potere e quel salario.

Non importa perche' quella cosa e' successa: loro sono professionalmente i responsabili, e professionalmente ne devono pagare il conto. Professionalmente dando le dimissioni, e noi tutti esigendole, poi civilmente o penalmente dopo i risultati delle indagini. Si puo' anche pensare che alla fine delle indagini, essi vengano ri-inseriti, magari in sordina, se le responsabilita' saranno chiarite totalmente e loro ne saranno usciti incolumi. Ma ora, adesso, semplicemente prendetevi le vostre responsabilita' e lasciate il posto. Subito.

Altrimenti una alta posizione gerarchica, perdendo la responsabilita', non mantiene in tasca altro che il potere e il denaro corrispondente. Da responsabile diventa solo padrone. Tali erano la monarchia e la dittatura, sistemi che la storia abbattuto con la forza. E mi piace che suoni come una minaccia. In democrazia di padroni senza responsabilita' non devono essercene, nel pubblico come nel privato. Le mancate dimissioni del rettore e dei suoi corresponsabili secondo me girano i riflettori, ancora una volta se ce ne fosse bisogno, su una di quelle sacche monarco-dittatoriali. Su queste si basano, a diverse scale di grandezza, molti piani del nostro condominio-paese.

Forza catanesi.

November 24, 2008

Ricerca italiana su Nature

Grande risalto su Nature a quello che succede in Italia. Da parte mia grandi complimenti ai ragazzi che sembra si stiano organizzando meglio che (noi) in passato. Un editoriale, una lettera dei Ricercatori Precari e un'altra, pubblicati insieme nell'ultimo numero di Nature. Dimostrano un'attenzione da parte dei grandi che non mi aspettavo, forse ci tengono a noi, gli pare brutto se sprofondiamo. Meno male.

La ricetta, per una volta, sembra davvero semplice: basta con i concorsi centralizzati, e via a una sana e trasparente meritocrazia, che premia i risultati. Ho sentito obbiettare (annozero): "Come giudicare il lavoro di ricercatori? non si puo'" Certo non e' facilissimo, ma chi se ne frega, facciamolo e basta, guardiamo alle pubblicazioni e bon. Non e' perfetto, ok, ma come prima approssimazione si puo' benissimo fare. Come se un morto di fame non accettasse un buon pranzo perche' la tavola non e' ben apparecchiata. Andiamo, non ci sono scuse. Solo la meritocrazia puo' guarire dai dinosauri inutili e mafiosi, dal nepotismo dai fondi scomparsi. Certo ci vuole un buon controllo, quello si.

Per chi non potesse leggere i link di Nature, perche' maledettamente a pagamento, ecco un piccolo estratto:

Situations vacant

Italy's universities should be free to hire who they want — and should be accountable for the result.

It took violent street demonstrations to force the Italian government to backtrack on its proposal to enact — hot on the heels of a hefty budget cut — a major reform of the nation's universities through decree. Last week, education and research minister Mariastella Gelmini agreed instead to put her planned reform through normal legislative procedures, which, unlike a decree, will involve parliamentary debates and, hopefully, consultation with the universities.

But on 6 November, Gelmini rushed through part of the reform in a decree anyway. With a round of concorsi, the national competitions to select academic staff, due to start within days, Gelmini introduced a relatively minor change in the procedures of the committees that select the staff. The not-so-minor result is that those concorsi, for 1,800 professorships, will be delayed by at least three months. And if the change is challenged in court, as it may well be, the delay could stretch beyond a year — at a time when Italian universities have already been unable to recruit new professors for more than four years.

The cumbersome concorso system does not need such tinkering, it needs to be abandoned. Imagine if the Massachusetts Institute of Technology (MIT) in Cambridge had to tell Washington whenever it had an vacancy; then wait for the administration to collate enough empty posts nationwide to warrant opening a competition; and then allow academics from all universities to elect a national, discipline-related committee to choose the candidate — a committee on which only one MIT representative could sit.

Such centralized recruitment has been a feature of Italian universities for the best part of a century. It wasn't until the 1990s that universities gained sufficient control of their budgets to decide how many professors they wanted to recruit, even if they couldn't choose the successful candidates. The government refuses to grant them that last authority partly because politicians fear that, left to themselves, some universities would appoint professors on the basis of their local political and personal connections rather than their scientific merit. There is good reason for this worry: it happens even within the concorso system.

Nonetheless, Italy's universities should be allowed to recruit whomever and however they want — with the all-important proviso that they also be evaluated on their academic performance. If the best-performing universities received more state support, and the underperformers received less, the incentive to play politics when hiring would plummet.

Italy's previous, centre-left government paved the way for such a system just before it fell in April, when it passed a law to create ANVUR, an agency to evaluate university and academic performance. Gelmini simply needs to complete the establishment of ANVUR, get it working and put an end to the concorso system. Her predecessor had recognized that it would take a while to establish the new institution and so had set in motion the current, now frozen, round of concorsi to allow university life to go on. Gelmini was wrong to interfere with it.

A level of reform is clearly needed. Because Italian universities don't have to take responsibility for any recruitment decisions, some have become lax, bloated and lazy. But reforms need to be done with a strong, knowledgeable and clever hand — something that Gelmini has so far failed to provide.

October 18, 2008

La colonna maledetta

Questo e' un serissimo esperimento di sociologia applicata. Scopo: trovare differenze tra culture simili, sul modo in cui e' trattata la donna, sul modo in cui si cerca di vendere l'informazione. Tecnica: web browsing (inglesismo da venditore) nei siti dei maggiori giornali del paese in analisi.

Un solo criterio: nella pagina principale del giornale cercare la o le foto che ritraggono donne; nude, seminude, in posizioni ammiccanti, pornografiche, sexy, che rimadano in qualche modo al sesso; in mancanza di donne, uomini in simili atteggiamenti; immagini in cui il sesso sia esplicito, altrimenti implicito ma presente; il cui messaggio sia comunque legato al sesso, anche di striscio; in mancanza di tali immagini, prendere immagini di donne in cui la superficie di pelle esposta alla foto sia maggiore...

Insomma, cercare il pornografico nella pagina principale del giornale; in mancanza di pornografia, scendere di aspettative fino a prendere il massimo di carnazza esposta, anche solo un collo nudo, una caviglia, un ditino.

Prendere almeno una foto per giornale. Se ce n'e' di piu', prenderne di piu'. E vedere il risultato. Giornali scelti: LeMonde.fr, NyTimes.com, ElPais.es e sopratutto Repubblica.it.

Risultato: Repubblica.it batte resto del mondo di parecchi ordini di grandezza. La carne esposta e i messaggi emanati dalla colonna maledetta alla destra delle notizie non ha eguali. Ovviamente un assaggio dei campioni registati e' disponibile qui attorno.


Da notare l'interesse per i glutei mostrati in molte pose, l'uso del corpo della donna per richiamare la bestia che e' dentro il lettore maschio stanco di sentir dire che gli operai muoiono sul lavoro e che campi rom sono bruciati. Glutei e capezzoli sono li' per i lettori, affianco a Bush che ordina una guerra, alla borsa che crolla, al papa di domenica, nulla importa, ci sono solo quei bei corpicini a distrarre lo sguardo e solleticare l'inguine. Meritevoli di attenzione sono i titoli che accompagnano tali grafiche. "La signora Briatore in copertina, magazine fa il pieno di vendite", "Eleonora e Barbara Berlusconi i tuffi delle sorelle sono un cult", "Arriva Jenna zombi spogliarellista". Dificili da perdere.

Veniamo invece alla risposta della stampa straniera all'algoritmo utilizzato per scegliere foto (ripeto, nella home page). Ecco il risultato sui giornali stranieri. Pare ridicolo il confronto, quasi teenageriale, ma questo e'. A volte l'unica tentazione carnale si risolve in una vignetta, o in un tennista eroe nazionale. Densita' di capezzoli non rilevabile.

Conclusione: i giornali stranieri sembrano indicare che per vendere un giornale (che in rete significa renderlo appetibile per successive visite) non sia necessaria l'esposizione del corpo nudo in immagini che richiamano al sesso volgarmente o meno. Repubblica (ma anche il corriere.it) non ci crede. In Italia l'informazione seria di questo giornale va di pari passo con i glutei della Marini. Quello che disturba e' che Repubblica.it dimentica una cosa importante: in internet si e' liberi di scegliere. Andando su un sito di informazione nazionale (in cui si trovano articoli elaborati e seri) il lettore non sta scegliendo di consumare il prodotto che passa sotto il nome di pornografia, non importa se il termine non e' quello corretto. E' libero di farlo semplicemente scegliendo un altro indirizzo, che di tali indirizzi ne e' piena la rete.

Non fraintendete quest'esperimento, non si tratta di bacchettonaggine. Non e' la pornografia il punto qui. E' la strategia di quel giornale, e' la serieta' di quel giornale, che alla fine rispecchia quella del paese. E' una vetrina per tutti noi. Non sono i culi il problema, ma i culi in quella posizione, vicino al primo ministro, vicino al papa, vicino a una guerra, a un commento importante. Perche' sono li? Perche' quella vetrina? E' l'italiano che compra di piu' se ci sono tette al vento o sono loro che ci modificano dall'alto geneticamente? Servono davvero? Ma esiste playboy.com! la latinita'? E in Spagna allora, dove il massimo dell'eros e' il sudore di Nadal? Manco si puo' dare, almeno direttamente, la colpa a Berlusconi stavolta, trattandosi di un giornale di opposizione e non di Panorama.

Io posso dire che di noi gli stranieri che ho conosciuto ridono vedendo quella home page, e semplicemente non capiscono come una velina possa diventare ministro delle pari opportunita'. Ma le donne che pensano? Non e' che vorrebbero piu' uomini in quella colonna vero?

October 8, 2008

La 12√2 ben temperata.

Suonando la chitarra puo' nascere la domanda (o no?) del perche' i capotasti sono disposti in quella maniera non uniforme sul manico. I capotasti sono quelle stanghette di metallo che stanno perpendicolari alle corde sul manico e delimitano "le note" della chitarra (mentre in strumenti quali violini, viole o contrabbassi non esistono).

E allora mi sono chiesto perche' la loro distanza nella chitarra diminuisce, e soprattutto di quanto diminuisce, perche' mi sapeva di cosa interessante. E in effetti lo e' (o no?). E la cosa porta lontano, agli arbori della musica come la conosciamo noi occidentali. Pur essendo un totale ignorante di storia della musica, mi arrischio a una spiegazione che sara' piena di errori storici (spero meno matematici).

Prima che Bach la rendesse ufficialmente riconosciuta, la musica (o meglio il modo di suonarla e scriverla) era diversa. La ragione stava nei suoi mattoni fondamentali, le note. Le note non erano quelle che noi conosciamo. Ogni nota e' in verita' una frequenza di un'onda acustica, quindi le frequenze usate, diciamo nel medioevo, non erano quelle che usa Max Pezzali oggi giorno (il che porta a chiedersi se ci sia stata vera evoluzione).

La ragione di questa differenza sta nelle scale usate. Prima di Bach (che uso come riferimento non so quanto correttamente) impazzava la scala Pitagorica o una sua parente chiamata Naturale, mentre Bach e Max Pezzali decisero che quella non andava troppo bene e coniarono insieme quella cosidetta Temperata. Bach quindi scrisse Il clavicembalo ben temperato e Max Pezzali Sei un mito. Entrambi ebbero un discreto successo, a dimostrazione del fatto che l'orecchio delle persone non e' troppo sensibile a stonature e piccole imprecisioni in frequenza.

Problemi Pitagorici

Perche' le stonature c'erano. Per gli 883 e' facile immaginarlo, ma anche per Bach non ci si puo' esimere dalla constatazione. Perche' stonature? La scala Pitagorica e' naturale in quanto si basa su un principio immediato: la divisione in due di un intervallo o di una corda di chitarra. Dividendo a meta' una corda (sempre alla stessa tensione) si ottiene il doppio della sua frequenza. Dal principio della divisione a meta' si possono generare tutte le note. E all'orecchio umano questo piace, l'armonia tra le frequenze generate pare naturale. Ma esistono problemi, legate alle terribili quinte del diavolo e al loro famigerato Circolo delle quinte, che mai puo' essere chiuso.

La quinta e' la nota che si ottiene moltiplicando una frequenza fo per 1.5, cioe' 3/2 (cioe' aggiungendole meta' di se stessa, cosa che Pitagora ama fare sempre). La quinta di Do e' Sol per esempio, ovvero fsol = 1.5 fdo. Il problema con Pitagora e la sua scala e' che se parto da Do e salgo in frequenza sempre di quinta in quinta, prima o poi vorrei tornare a un Do. Di qualche ottava sopra, ma sempre un Do vorrei. E invece no.

Per ottenere la stessa nota ma all'ottava superiore devo raddoppiare la sua frequenza. I chitarristi sanno che bisogna dividere a meta' una corda per salire di un'ottava, ridurla a un quarto per salire ancora di un'altra ottava, etc. Quindi se parto da una frequenza fo, alla seconda ottava avro' 2fo, alla terza ottava la frequenza sara' 4fo e cosi' via. Alla n-esima ottava la frequenza sara' in generale 2nfo.

Quindi Pitagora con la sua scala vorrebbe che, salendo di quinta in quinta, da una frequenza fo si possa arrivare a una qualche ottava di fo. Salire di quinta in quinta da fo, diciamo un numero m di volte, significa passare dalla frequenza fo alla frequenza 1.5mfo (seguendo lo stesso ragionamento fatto sopra per il "passare di ottava in ottava", ma con 1.5 invece di 2). Ed ecco il problema. Pitagora vorrebbe quindi che fosse vero, per qualche ottava n e qualche quinta m, che 1.5mfo = 2nfo, ovvero che 1.5m = 2n . Ma la cosa non e' possibile perche' non esistono due numeri n, m tali da rendere vera quest'espressione.

Quindi. Bhe' il problema con la scala Pitagorica era quindi che allontanandosi dalla nota iniziale non si tornava precisamente a quella stessa dopo qualche ottava (dovrebbero essere n = 7 ). La cosa rendeva complicato sia suonare che scrivere musica, soprattutto da quando i compositori iniziarono a non limitarsi alle solite poche ottave nelle loro composizioni. E' come dire che il Do alla destra della tastiera di un pianoforte era stonato con quello alla sinistra. Inaccettabile per Bach quanto per Max Pezzali (pur utilizzando lui al massimo tre note, era quella una questione di principio).

Stemperare via la linearita'

Quindi come fare? Da una parte la Scala Pitagorica era naturalmente armoniosa per via delle divisioni a meta', dall'altra non poteva chiudere il circolo delle quinte malefiche. La soluzione fu di approssimare e lasciar passare piccole imperfezioni di frequenze per ottenere un pianoforte e una chitarra possibile da accordare e suonare. Bach capi' che era piu' importante avere lo stesso Do su tutta la tastiera del suo piano, piuttosto che salvaguardare delle armonie naturalmente "lineari". D'altra parte, ebbe a pensare, chi in futuro avrebbe apprezzato Max Pezzali di quelle piccole imperfezioni pitagoriche non avrebbe certo fatto troppo caso. E Sei un mito pote' librarsi in cielo, e il Karaoke vedere la luce del giorno quando l'umanita' fu finalmente pronta.

Il problema era riuscire a dividere l'intervallo di un'ottava (cioe' da fo a 2fo) in 12 parti (perche' compresi i # le note sono 12) in maniera speciale. Cioe' in maniera che le frequenze di due note successive stessero sempre nello stesso rapporto. Vediamo come e poi il perche' si capira'.

Se parto dalla frequenza fo, voglio che dopo 12 di questi intervalli la nota sia la stessa ma un'ottava sopra, cioe' 2fo. Diciamo che f1 e' la frequenza della nota successiva a fo in questa nuova scala, e f2 quella successiva a f1, etc. (Quindi sarebbe per esempio: fo = Do, f1 = Do#, f2 = Re, etc.). Allora dicevamo che dobbiamo avere la dodicesima nota della scala uguale alla prima ma un'ottava sopra, cioe' f12 = 2fo .

Inoltre, pero', vogliamo che due note successive stiano sempre nello stesso rapporto. Chiamiamo questo rapporto x, e il problema diventa trovarlo. Quindi deve succedere che:

f1 = fo x
f2 = f1 x = fo x2
f3 = f2 x = fo x3
(...)
f11 = f10 x = fo x11
f12 = f11 x = fo x12 = 2fo

E finalmente dall'ultima relazione si arriva a trovare che il rapporto tra due frequenze successive che risolverebbe tutti i problemi e' x = 12√2 ( = 1.0594..., numero irrazionale, che non e' un giudizio su di lui ma indica che non e' un numero esprimibile tramite frazione). Pezzali esulta, i suoi dischi sono salvi. Per passare da una nota fn alla successiva fn+1 dobbiamo moltiplicare la frequenza della prima per x = 12√2 . Ecco inventato il semitono.

Infatti vediamo cosa succede con le quinte (il perche' di questa scelta). Un intervallo di quinta (da a Do a Sol per esempio) contiene 7 semitoni, quindi la quinta di fo e'

f7 = fo ( 12√2 )7

cioe' il rapporto di quinta e' f7 / fo = ( 12√2 )7 = 1.4983..., invece del pitagorico 1.5 . Differenza minima, l'orecchio non se ne accorge. In piu' la cosa importante e' che se ora da fo saliamo di ben 12 intervalli di quinta (quindi 12 volte 7 semitoni) si ottiene:

f( 7 x 12) = fo[( 12√2 )7]12 = fo 27,

il che significa che dopo 12 intervalli di quinta ( f( 7 x 12) ) finalmente ritroviamo perfettamente un'ottava (la 7ma ottava) della nota di partenza fo (cioe' fo 27). Il circolo delle quinte e' finalmente chiuso.

Capotasti

Tornando ai capotasti della chitarra, da cui tutto e' nato, la cosa e' esattamente la stessa, tranne per il fatto di ricordarsi che la frequenza di una corda e' inversamente proporzionale alla sua lunghezza l. La nota fo viene dalla corda intera lo, la nota al primo capotasto f1 viene dalla lunghezza della corda l1, .... Allora le lunghezze della corda alle varie note della scala devono essere (vale sempre x = 12√2 ) :

l1 = lo / x
l2 = lo / x2
(...)
ln = lo / xn

Se cerchiamo di quanto sono spaziati i capotasti fra loro, la lunghezza di tastiera compresa tra due capotasti successivi (n-esimo e (n+1)-esimo) sara'

cn = ln - ln+1 = lo (1/xn-1 - 1/xn)

Cosicche' il primo capotasto e' lungo il 5.61% di lo, il secondo 5.29%, il terzo 5.00%, ... , il dodicesimo 2.80%. Vabbe', chi vuole puo' costruirsi una chitarra ora. Lasciare il commento Sei un mito sara' apprezzato ma non vale.

August 8, 2008

Editoriale di Nature

Ecco il punto di vista di Nature su una questione tutta italiana. Sempre che interessi a qualcuno dei nostri.



Editorial

Nature 454, 667 (7 August 2008) | doi:10.1038/454667b; Published online 6 August 2008

Clean hands, please

The Italian government needs to maintain a careful distance from industry.

Fifteen years ago, at the height of Italy's 'Clean Hands' anticorruption campaign, police broke into the house of Duilio Poggiolini, head of the national committee for drug registration, and discovered gold bullion under his floorboards. For many Italians, the image of that gleaming bullion still resonates — an enduring symbol of a time when government officials, up to and including the health minister, routinely took bribes from the pharmaceutical industry to approve drugs and fix their prices.

Steps were taken to avoid such a situation arising again. So it is worrying that Nello Martini, a pharmacist with no political associations, has been removed by Prime Minister Silvio Berlusconi's new government as head of AIFA, the autonomous agency created in 2004 to register drugs and supervise their use. Martini successfully carried out a mandate to limit spiralling drug expenditure to 13% of the total health budget. But in the process he incurred the wrath of industry. Only a few weeks ago, government prosecutors in Turin charged Martini with disastro colposo, or 'causing unintentional disaster', for bureaucratic delays in updating the packaging information on the side effects of a few drugs — although none required more than minor rewording of existing text.

Martini was replaced in the middle of July by microbiologist Guido Rasi, a member of AIFA's administrative board, who has been described in the Italian press as being close to the far-right party Alleanza Nazionale, which forms part of Berlusconi's coalition government. Even more worryingly, the government, which took office in May, says it plans to reduce AIFA's power by separating the pricing of drugs from technical considerations of their efficacy, bringing pricing back into the health and welfare ministry.

At a time when all countries are struggling to find a way to pay for hugely expensive new-generation drugs within limited budgets, this makes little sense. The autonomous agency needs to be able to integrate all technical and economic information if Italy is to operate a cost-effective health system. Moreover, the health and welfare ministry's connections with industry are uncomfortably close. For example, the wife of the minister Maurizio Sacconi is the director-general of Farmindustria, the association that promotes the interests of the pharmaceutical industry.

In fact, Berlusconi's government has shown unsettling tendencies to allow industrial interests to gain influence over state agencies. A few weeks after Martini's dismissal, the Italian space agency was put into the hands of a commissioner who heads the space division of the aerospace giant Finmeccanica. The government should think twice about whether it really wants to open the door that was deliberately closed after the Poggiolini affair.

July 17, 2008

Internet anonimo ovvero sicuro

Per chi non lo sappia, provi a cliccare qui per vedere quante cose si possono sapere di chi naviga in rete. La cosa un po' spaventa. Ma c'e' un modo per navigare in modo da nascondere il proprio indirizzo IP, collegandosi casualmente a molti server sparsi nel mondo prima di raggiungere il sito voluto. In questo modo si perdono le tracce del proprio computer, e si diventa anonimi, con un IP casuale nel mondo, e quindi sicuri di non poter essere rintracciati.

Tor e' lo strumento necessario. Ecco quello che ho fatto io per installarlo e farlo funzionare facilmente in Firefox (Iceweasel) in Debian Etch. Qui ci sono le istruzioni per windows o Mac.

1) in Debian Etch Tor non e' disponibile, quindi bisogna attivare i backports di Debian. Per farlo, aggiungere in /etc/apt/sources.list la linea
deb http://www.backports.org/debian etch-backports main contrib non-free
Quindi bisogna aggiornare aptitude, ma prima c'e' da risolvere la questione delle keys, altrimenti aptitude si lamenta. Installando, come root, il pacchetto debian-backports-keyring, tutto viene fatto automaticamente:
# aptitude install debian-backports-keyring

2) Una volta attivati i backports, ho potuto finalmente scaricare tor, insieme al web proxy privoxy, che sara' utile con Firefox.
# aptitude -t etch-backports install tor
# aptitude install privoxy

3) Poi ho configurato privoxy: nel file di configurazione /etc/privoxy/config bisogna:
- scommentare (o aggiungere) la linea
forward-socks4a / 127.0.0.1:9050 . (occhio al punto finale)
- dare il valore 0 (zero) alle seguenti opzioni: enable-remote-toggle , enable-remote-http-toggle , enable-edit-actions
- se non si vuole che privoxy mantenga un file di log, allora commentare le righe: logfile logfile e jarfile jarfile.
Quindi far ripartire privoxy con: # privoxy restart

4) In Firefox (o nel browser scelto) bisogna cambiare le impostazioni di connessione alla rete per attivare Tor . In Firefox (Iceweasel) si trovano in Edit - Preferences - Network - Connections. Quindi bisogna scrivere localhost e 9050 nella sezione "SOCKS Host" (socks v5 ha funzionato per me).
Ma in verita' la cosa migliore e' installare l'add-on di Firefox chiamato Torbutton, con cui in un solo click si possono cambiare le configurazioni necessarie e avere Tor attivato o disattivato. Questo nuovo bottone di firefox funziona egregiamente dopo aver seguito i passi precedenti.

Usando Tor, ogni tanto mi esce fuori google in russo..

July 9, 2008

La Storia: Nuova Scienza Analitica?

Riporto un articolo apparso su Nature [454, 34-35 (3 July 2008)] (tutti i diritti riservatissimi, sperando che non mi denuncino [ma la scienza e' divulgazione, no?]), che mi pare molto interessante. Spero sara' fonte di future discussioni.

Si parla della "nascita" di una nuova disciplina scientifica (scienza nuova sarebbe troppo, e forse un G.B.Vico si rivolterebbe nella tomba), cioe' dello studio analitico della Storia di noi umani su questo pianeta. Di Asimov-iana memoria, un tale studio con metodi scientifici e dinamici potrebbe portare, secondo l'autore, (almeno in principio) alla possibilita' di prevedere, non certo il quotidiano, ma almeno i grandi movimenti di societa' umane, complice la capacita' di riconoscere quantitativamente pattern di situazioni e variabili che si ripetono (i corsi e ricorsi?).

Da un lato mi affascina, e da un altro lato che ancora non riesco bene a definire, mi pare qualcosa di vicino alla bufala. Non mi e' nemmeno chiaro se tale tentativo (e sforzo) valga la pena di essere affrontato, gia' per principio. Ma spero le idee si chiariscano. E spero anche e sopratutto nell'aiuto esterno (quindi: commentate se il problema vi avvince piu' del costume da bagno per quest'estate scelto da Lapo [notizia di Repubblica, ne parlero']).

Comunque si tratta di qualcosa apparso sul giornale scientifico piu' in voga negli ultimi 50 anni, quindi deve ottenere l'attenzione e il rispetto dovuti. In futuro sto pensando a una sorta di intervista all'amico P. (spero non si tiri indietro), profondo conoscitore delle tematiche toccate e soprattutto osservatore della sponda filosofica del fiume della realta', mentre io resto sull'altra, quella piu' scientifica e tecnica, dove passano piu' trote.

Arise 'cliodynamics'

Peter Turchin1

  1. Peter Turchin is professor of ecology and mathematics at the University of Connecticut, Storrs, Connecticut 06269, USA. He is the author of War and Peace and War: The Life-Cycles of Imperial Nations (Pi Press, 2006).

If we are to learn how to develop a healthy society, we must transform history into an analytical, predictive science, argues Peter Turchin. He has identified intriguing patterns across vastly different times and places.

D. PARKINS

What caused the collapse of the Roman Empire? More than 200 explanations have been proposed1, but there is no consensus about which explanations are plausible and which should be rejected. This situation is as risible as if, in physics, phlogiston theory and thermodynamics coexisted on equal terms.

This state of affairs is holding us back. We invest in medical science to preserve the health of our bodies, and in environmental science to maintain the health of ecosystems. Yet our understanding of what makes societies healthy is in the pre-scientific stage.

Sociology that focuses on the past few years or decades is important. In addition, we need a historical social science, because processes that operate over long timescales can affect the health of societies. It is time for history to become an analytical, and even a predictive, science.

Splitters and lumpers

Every scientific discipline has its share of splitters, who emphasize the differences between things, and lumpers, who stress similarities in search of organizing principles. Lumpers dominate physics. In biology, splitters, who care most for the private life of warblers or the intricate details of a chosen signalling molecule, are roughly matched in numbers by lumpers, who try to find fundamental laws. Social sciences such as economics and sociology are rich in lumpers. Sadly, few are interested in applying analytical approaches to the past. History has an alarmingly small proportion of lumpers.

Rather than trying to reform the historical profession, perhaps we need an entirely new discipline: theoretical historical social science. We could call this 'cliodynamics', from Clio, the muse of history, and dynamics, the study of temporally varying processes and the search for causal mechanisms2, 3. Let history continue to focus on the particular. Cliodynamics, meanwhile, will develop unifying theories and test them with data generated by history, archaeology and specialized disciplines such as numismatics (the study of ancient coins).

Is this proposal feasible? The most compelling argument against the possibility of scientific history goes like this. Human societies are extremely complex. They consist of many different kinds of individuals and groups that interact in complex ways. People have free will and are therefore unpredictable. Moreover, the mechanisms that underlie social dynamics vary with historical period and geographical region. Medieval France clearly differed in significant ways from Roman Gaul, and both were very different to ancient China. It is all too messy, argue the naysayers, for there to be a unifying theory.

If this argument were correct, there would be no empirical regularities. Any relationships between important variables would be contingent on time, space and culture.

Empirical empires

In fact, several patterns cut across periods and regions3. For example, agrarian, preindustrial states have seen recurrent waves of political instability — not interstate warfare, but lethal collective violence occurring within states, ranging from small-scale urban riots, in which just a few people are killed, to a full-blown civil war. This is just the sort of violence we need to understand: many more people are killed today in terrorist campaigns, civil wars and genocides than in wars between nations4.

Recent comparative research shows that agrarian societies experience periods of instability about a century long every two or three centuries. These waves of instability follow periods of sustained population growth. For example, in Western Europe, rapid population growth during the thirteenth century was followed by the 'late-medieval crisis', comprising the Hundred Years War in France, the Hussite Wars in the German Empire, and the Wars of the Roses in England. Population increase in the sixteenth century was followed by the 'crisis of the seventeenth century' — the wars of religion and the Fronde in France, the Thirty Years War in Germany, and the English Civil War and Glorious Revolution. Similarly, population growth during the eighteenth century was followed by the 'age of revolutions', ranging from the French Revolution of 1789 to the pan-European revolutions of 1848–49 (ref. 5).

Such oscillations between population growth and instability have been termed 'secular cycles'6. Given the limitations of historical data, we need an appropriately coarse-grained method to determine the statistical significance, and the generality, of the pattern. The basic idea is to demarcate population growth and decline phases, and to count the instability incidents (such as peasant uprisings and civil wars) that occur during each phase.

With my colleagues Sergey Nefedov and Andrey Korotayev, I have collected quantitative data on demographic, social and political variables for several historical societies. Applying the above approach to eight secular cycles in medieval and early modern England, France, the Roman Empire and Russia, we find that the number of instability events per decade is always several times higher when the population was declining than when it was increasing6. The probability of this happening by chance is vanishingly small. The same pattern holds for the eight dynasties that unified China, from the Western Han to the Qing7, and for Egypt from the Hellenistic to the Ottoman periods8.

Making waves

Such strong regularity points to the presence of some fundamental principles. Population growth beyond the means of subsistence leads to declining levels of consumption and popular discontent, but this is not enough to destabilize agrarian societies. Peasant uprisings have little chance of success when the governing élites are unified and the state is strong9.

The connection between population dynamics and instability is indirect, mediated by the long-term effects of population growth on social structures. One effect is the increasing number of aspirants for élite positions, resulting in rivalry and factionalism. Another consequence is persistent inflation, which causes a decline in real revenues and a developing fiscal crisis of the state. As these trends intensify, they result in state bankruptcy and a loss of military control; conflict among élite factions; and a combination of élite-mobilized and popular uprisings, leading to the breakdown of central authority3, 9.

This explanation — the 'demographic–structural' theory — is a work-in-progress. Our tests with the eight case studies6 support some of its predictions: for example, élite overproduction preceded the crisis in every case. The tests also identify areas where the theory needs to be modified. Perhaps we need an entirely new theory to explain the observed patterns and predict new ones, but that is the business of science. The important thing is that societies as different as medieval France, the Roman Empire and China under the Han dynasty share dynamics, when viewed in an appropriately coarse-grained way. Not everything in history is contingent and particular.

Even so, theories developed and tested on preindustrial data must be modified before they can be applied to contemporary social dynamics. Happily, there are indications that our theories will not need to be replaced wholesale. Rapid demographic change and élite overproduction were still important factors in twentieth-century revolutions10.

Furthermore, over the past 200 years, political instability in the United States has waxed and waned in a pattern reminiscent of that in preindustrial societies. Political violence — urban riots, lynchings, violent labour disputes and so on — was almost absent in the early nineteenth century, increased from the 1830s and reached a peak in around 1900. The American Civil War occurred during this period of growing unrest. The instability then subsided during the 1930s, and the following two decades were remarkably calm. Finally, in the 1960s, political violence increased again11.

It remains to be seen whether a modified version of the demographic–structural theory can explain this pattern. The point is that the study of such slow-moving processes requires a long-term view and an explicitly historical approach.

Learning lessons

Any claim that history can become a predictive science raises eyebrows. But scientific prediction is a broader concept than merely forecasting the future. It can be used to test theories. For example, two rival theories may make different predictions about the behaviour of some variable, such as birth rate, under certain social conditions. We then ask historians to explore the archives, or archaeologists to dig up data, and determine which theory's predictions best fit the data. Such retrospective prediction, or 'retrodiction', is the life-blood of historical disciplines such as astrophysics and evolutionary biology.

Cliodynamic theories will not be able to predict the future, even after they have passed empirical tests. Accurate forecasts are often impossible because of phenomena such as mathematical chaos, free will and the self-defeating prophecy. But we should be able to use theories in other, perhaps more helpful, ways: to calculate the consequences of our social choices, to encourage the development of social systems in desired directions, and to avoid unintended consequences.

Like other systems with nonlinear feedback, societies often respond to interventions in surprising ways. When the Assembly of Notables refused to approve a new land tax in 1787, they did not intend to start the French Revolution, in which many of them lost their heads. When Tony Blair was Britain's prime minister, he set out to increase the proportion of youth getting higher education to 50%. He was presumably unaware that the overabundance of young people with advanced education preceded the political crises of the age of revolutions in Western Europe12, in late Tokugawa Japan and in modern Iran and the Soviet Union9, 10.

It is time we heeded the old adage that those who do not learn from history are doomed to repeat it. We must collect quantitative data, construct general explanations and test them empirically on all the data, rather than on instances carefully selected to prove our pet narratives. To truly learn from history, we must transform it into a science.

References

  1. Demandt, A. Der Fall Roms: die Auflösung des Römischen Reiches im Urteil der Nachwelt (Beck, Munich, 1984).
  2. Turchin, P. Historical Dynamics: Why States Rise and Fall (Princeton Univ. Press, 2003).
  3. Turchin, P. War and Peace and War: The Life Cycles of Imperial Nations (Pi Press, 2006).
  4. Mack, A. (ed.) Human Security Report 2005: War and Peace in the 21st Century (Oxford Univ. Press, 2005).
  5. Fischer, D. H. The Great Wave: Price Revolutions and the Rhythm of History (Oxford Univ. Press, 1996).
  6. Turchin, P. & Nefedov, S. Secular Cycles (Princeton Univ. Press, 2008).
  7. Nefedov, S. PhD dissertation [in Russian] (Ekaterinburg Univ., 1999).
  8. Korotayev, A. & Khaltourina, D. Introduction to Social Macrodynamics: Secular Cycles and Millennial Trends in Africa (URSS, 2006).
  9. Goldstone, J. A. Revolution and Rebellion in the Early Modern World (Univ. California Press, 1991).
  10. Goldstone, J. A. J. Int. Affairs 56, 3–21 (2002).
  11. Levy, S. G. Political Violence in the United States, 1819-1968. (Computer file, Inter-University Consortium for Political and Social Research, Ann Arbor, 1991).
  12. O'Boyle, L. J. Modern Hist. 42, 471–495 (1970).

June 28, 2008

Siamo tutti daltonici

Ma le cose la fuori sono proprio come le vediamo? Quello che percepiamo coi nostri sensi sfiora almeno un po' la verita' di cui parlano i filosofi? Lontano da poter nemmeno tentare di rispondere a tali alte questioni, mi dedico a capire cos'e' questa cosa chiamata colore. Che qualcosa centrera' pure.

Noi umani siamo piu' o meno tutti tricromati (se la traduzione e' giusta), salvo per i daltonici e i fortunati tetracromati. Nel nostro occhio abbiamo cioe' tre tipi di cellule, i coni, sensibili alla lunghezza d'onda della luce che arriva, denominati con Short, Medium e Long. La loro capacita' di risposta e' centrata a tre diverse lunghezze d'onda: blu (Short, 420-440 nm), verde (Medium, 534-545 nm) e rosso (Long, 564-580 nm). Questi tre colori sono quindi scelti normalmente come base per costruire tutti gli altri: sono i colori primari. Chi pensa che invece i tre colori primari siano il ciano, il magenta e il giallo, ha semplicemente ragione pure lui. La scelta dei tre (o piu') colori primari e' arbitraria. Perche'? Non e' l'essere colore primario una proprieta' intrinseca della natura? Non e' il colore una proprieta' della luce che nasce o viene riflessa dagli oggetti?

A seguire Francisco Varela e Umberto Maturana ("The tree of knowledge"), la risposta (negativa) porta lontano. Rimanendo al colore, possiamo dire qualcosa che suona strano: chi lo percepisce e' colui che lo sta creando, e che il colore con la luce centra, ma non troppo. Cioe'.

A ogni singola lunghezza d'onda della luce si puo' abbinare un singolo colore, questo si. Un laser (monocromatico) a 530 nm da' luce verde, a 580 nm gialla. Ma se vedo qualcosa di giallo, al contrario, non posso dire nulla di certo sulla lungheza d'onda della luce da lui emessa, riflessa o diffusa. Potrebbe essere tutto tranne 580 nm. Il motivo e' che esiste un numero infinito di combinazioni di diverse lunghezze d'onda (diversi spettri), che dall'oggetto arrivano al mio occhio, che messe insieme mi daranno la stessa sensazione di "giallo". Ed il colore non e' altro che la sensazione che noi abbiamo di quella qualita' visiva delle cose. In altre parole colore non e' uguale a lunghezza d'onda: non c'e' relazione biunivoca tra i due. Noi vediamo dello stesso identico colore cose che in verita', se analizzate con strumenti, riflettono o emettono luce con spettri completamente diversi. Il mondo e' piu' "colorato" di quello che ci sembra, siamo tutti come daltonici, perdiamo informazione quando guardiamo.

Come dicevo, c'e' una base biologica a scegliere blu-verde-rosso (RGB) come colori primari, basato su dove e' in frequenza il picco della risposta dei nostri sensori visivi (i coni). Questi sono i colori su cui sono basati gli schermi del computer o le televisioni o i proiettori che hanno tre grosse lampade appunto blu rossa e verde. Addizionando la luce di Red Green e Blu, formano tutti gli altri colori. Diversamente succede con i pennelli. Una vernice, un olio o un aquarello hanno quel colore che noi vediamo perche' assorbono dalla luce incidente bianca (che contiene tutte le lunghezza d'onda) tutti i colori tranne quello che noi gli attribuiamo. Sottraggono colore alla luce bianca, mentre un proiettore addiziona lunghezze d'onda diverse. Per questo in un proiettore o un computer la somma di tutti i colori (o meglio delle tre sole lunghezze d'onda fondamentali) e' il bianco, mentre il miscuglio di tutte le tempere e' un nero schifoso. Il miscuglio totale sulla tavolozza dell'artista ha sottratto tutte le lunghezze d'onda dalla luce bianca (quindi nero), il pixel dello schermo o del proiettore le ha sommate (quindi bianco).

Comunque. Faccio un esempio modificato da una cosa successa veramente, ancora sulla non biunivocita' colore-lunghezza d'onda. Immaginiamo di avere una sorgente di luce gialla perfetta, a 580 nm precisi (un laser, tanto per esempio). Prendiamo un filtro di vetro che blocchi esattamente 580 nm, mentre tutte le altre lunghezze d'onda passano tranquille e facciamoci degli occhiali. Messi su questi occhiali, non dovremmo essere piu' in grado di vedere il giallo (gli occhiali "anti-Kant" chiamiamoli, per motivi filosofici), perche' quella lunghezza d'onda semplicemente non passa attraverso le lenti e non arriva al nostro occhio. E infatti se andiamo davanti al nostro laser che sappiamo essere giallo non vediamo piu' la sua luce. Bloccano il giallo questi occhiali, pensiamo. Poi pero' andiamo al computer e apriamo una pagina che ha dei bei quadrati colorati sul lato, e cavolo, li vediamo gialli senza problemi! Ma non bloccavano il giallo questi occhiali?

La soluzione, facile, e' che la luce che proviene da quei quadrati gialli che eludono le nostre lenti-filtri, non contengono quasi per nulla la lunghezza d'onda 580 nm che noi chiamiamo "il" giallo. Quella dei quadrati e' luce che contiene solo rosso e verde (niente blu) provenienti da ciascun pixel. Il colore giallo si e' formato nel nostro cervello in barba all'assenza della lunghezza d'onda che noi attribuiamo al giallo. L'abbiamo creato noi quel giallo dei quadrati, in verita' non c'e' segno di giallo (inteso come lunghezza d'onda) in quella luce dei pixel.

Il colore che percepiamo, quindi, non e' strettamente una proprieta' degli oggetti e della luce che da loro proviene. Piuttosto e' l'insieme di queste che sono perturbazioni luminose esterne, insieme pero' agli stati neuronali interni del nostro sistema visivo e cognitivo in genere, che dalle perturbazioni esterne sono generati. Stati neuronali che ovviamente dipendono dalla nostra struttura fisica preesistente (i coni, il nervo ottico, le connessioni dei neuroni attivati nel cervello da quei coni, etc). Insomma, nella nostra esperienza del colore noi stessi, con il nostro corpo e struttura fisica e mentale, giochiamo un ruolo fondamentale. Non e' nemmeno troppo incredibile da pensare, in fondo.

Bhe, invece si. Abituati come siamo a pensare di essere spettatori di un qualcosa "la fuori", che succede in un mondo oggettivo e indipendentemente da noi. Perche' la cosa interessante e' che questo lungo e noioso discorso sul colore si allarga facilmente alla nostra esperienza tutta. La cognizione, l'esperienza personale che abbiamo del mondo "la fuori", e' essenzialmente un insieme di pattern e stati neuronali che vengono stimolati da perturbazioni esterne (luminose, meccaniche, chimiche etc). Quali pattern e quali stati neuronali verranno stimolati dipende essenzialmente dalla struttura fisica e mentale (che penso siano sinonimi) dell'individuo, e non solo esclusivamente dai particolari della perturbazione stimolante. Tant'e' che esiste gente che letteralmente "vede" dei suoni e "sente" dei colori (Sinestesia). Hanno, questi pochi eletti non so quanto fortunati, canali neuronali, addetti a funzioni diverse, quali per esempio suono e vista, intersecanti tra loro: una perturbazione esterna puo' generare stimoli in piu' canali che normalmente sono indipendenti, e "far vedere" un suono.

Che poi questi canali cognitivi che abbiamo possano essere stimolati anche da perturbazioni interne, generate da noi stessi per noi stessi (pensieri, immagini mentali, idee, angosce ed emozioni), fa dell'essere con capacita' autoreferenziali un personaggio incredibilmente complesso, complicato e interessante per chi lo vuole capire (compreso se stesso).

Comunque, essendo la nostra esperienza ancorata saldamente sulla nostra struttura, noi non vediamo "i" colori, ma viviamo il nostro spazio cromatico; non vediamo lo spazio la fuori, ma viviamo il nostro campo visivo. Siamo noi a creare il colore, siamo noi a creare il mondo di cui facciamo esperienza, questa la conclusione di Varela e Maturana. E la cosa vale per qualunque essere vivente, senza priorita' agli umani. Un batterio esperisce un mondo fatto di chimica, e magari chiamera' colore quello che noi chiamiamo gradiente di concentrazione, a cui lui e' sensibile.

La cosa mi piace perche', come dicevo della meccanica quantistica, rimette l'osservatore del mondo dentro al mondo che osserva. Non piu' semplici spettatori di uno spettacolo a teatro, ma attori nella scena stessa che pensavamo di osservare da lontano. Tanto dipendente da noi, la scena, da poter dire di crearla noi stessi con la nostra struttura. E' quella la nostra scena, come la vediamo e sentiamo noi non la vede nessun'altro. Le conseguenze etiche, ancora, sono fondamentali: come possiamo danneggiare, compromettere o distruggere un mondo che non e' piu' propriamente "la fuori" indipendentemente da noi, ma di cui siamo parte integrante, insieme figli e genitori?