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August 30, 2009

Matematica dell'accusa

"Un pregiudizio che madame non dovrebbe avere perche' lei stessa proviene dal mondo dello spettacolo, e memorabili sono le sue esibizioni a torace nudo sul palcoscenico del teatro Manzoni (Milano) dove Silvio la conobbe, innamorandosene."
Feltri, Libero (sul pregiudizio di Veronica Lario verso il ciarpame ronzante attorno al marito).

"Veronica Lario ha un altro uomo"
Libero

"Finche' i moralisti speculeranno su cio' che succede sotto le lenzuola di altri, noi ficcheremo il naso (turandocelo) sotto le loro."
Feltri, il giornale.

"Ma se risulta che colui che lancia le accuse, nel ruolo pubblico di direttore di un importante giornale, ha commesso atti privati lesivi della altrui famiglia, che sono stati accertati con sentenza di condanna passata in giudicato, se ne desume che le illazioni che egli trae a carico del premier Berlusconi come uomo pubblico sono sbagliate. Infatti per ammettere che fossero giuste, bisognerebbe anche ammettere che anche il direttore dell'Avvenire che le lancia non ha titolo per dirigere un giornale che fa prediche morali. Ma se si ammette che questo direttore non ha titolo per fare tali prediche, le critiche che egli fa non sono dotate di alcun valore. Sono carta straccia.
Il teorema mi pare ineccepibile."

Francesco Forte, il giornale.

Ok. Quindi. C'e' un teorema di mezzo (se...allora). La cosa e' interessante. Mettiamola in simboli.

Definiamo:
X e' un soggetto che lancia un'accusa: Lario, Boffo, LaRepubblica
F e' il fatto o il comportamento messo sotto accusa da X: l'immoralita', il tradimento, il circondarsi di ciarpame, le domande di LaRepubblica.
Y e' la persona oggetto dell'accusa F: Berlusconi.
y e' l'insieme di coloro che difendono Y: Feltri etc.

F(Y) = 1 significa che e' vero che Y ha commesso F.
F(Y) = 0 significa che non e' vero che Y ha commesso F.

L'argomento principe di y in questi ultimi tempi e' riassumibile in questo teorema:

Ipotesi:
- se un soggetto X lancia un'accusa contro un fatto o un comportamento F fatto da Y, cioe' : X suggerisce che F(Y) = 1
- se y di risposta dimostra che F(X) = 1, cioe' che X stesso e' colpevole del fatto F,

Allora:
il suggerimento di X che F(Y) possa essere =1 non e' da prendere in considerazione.

Mmm.. Commenti:
- Il fatto F, messo sotto i riflettori da X che lo imputa a Y, e' considerato sbagliato universalmente, cioe' immorale. Da tutti, compreso y stesso, che non ne discute l'immoralita', anzi usa proprio questa immoralita' contro X.

- y cerca di difendere Y: ma non dimostra che F(Y) = 0, dimostra solo che anche F(X) = 1. La conclusione e' solo che entrambi X e Y sono colpevoli di F. F puo' benissimo valere 1 per X e Y allo stesso tempo, c'e' spazio per tutti all'inferno.

- La strategia di y viene fatta discendere dalle parole di Gesu' stesso: "chi non ha peccato scagli la prima pietra". Chi usa questo argomento per dar forza al teorema di cui sopra dimentica che Gesu' in verita' voleva dire: "e' vero che F(Y) = 1, ma siccome per ogni altro soggetto Z esiste una qualche colpa F' per cui F'(Z) = 1, orsu', noi che siamo questi peccatori Z, perdoniamo a Y di aver fatto F". Il perdono era la chiave. C'e' perdono per Y ? Una qualche ammissione di Y e promessa a non ricommettere F credo aiuterebbe. Comunque al momento no, Y non e' perdonato.

- Importanza relativa dei casi F(Y) = 1 o F(X) = 1 : A chi importa se X ha commesso F? A chi importa se Y ha commesso F? Dipende dal bacino di influenza di X e Y. Se il bacino di influenza di Y e' maggiore di quello di X, allora F(Y) = 1 ha conseguenze peggiori di F(X) = 1. E' bene che i vari bacini di influenza non rimangano passivi, se considerano F davvero grave. Per chiarezza, ora lo Stato e' il bacino di influenza di Y, mentre per X sono le sue persone intime attorno o i suoi lettori. C'e' un rapporto di 10 milioni a uno.

- Perche' y non capisce che F(X) = 1 non implica F(Y) = 0 ? Credo che y lo sappia bene. Ma la scelta professionalmente ardita di y di mettere sotto quegli stessi riflettori, che illuminano la scritta F(Y) = 1, che anche F(X) = 1, necessariamente sara' seguita da una ingarbugliata discussione, con toni aspri riguardo Y, X e soprattutto y, che diluiranno le energie e le attenzioni. L'immoralita' dell'atto F, indipendente da X o Y, e la sua proprieta' F(Y) = 1, rilevante per il grande bacino di influenza di Y, saranno dimenticate. L'opinione su y sara' sempre piu' polarizzata tra chi lo odia e chi lo ama, cosa che evidentemente non dispiace a y. X continuera' la sua esistenza con una macchia di fango sulla camicia ben visibile, il prezzo pagato per essere sceso nell'arena fangosa. Y manterra' il suo potere avendo superato uno scoglio in piu'.

La matematica non e' certo il linguaggio migliore per discutere di queste cose. Il senso di quello che voglio dire e' che le strategie seguite per discolparsi da chi e' oggetto di accusa, non giudiziaria ma sociale e morale, spesso non entrano nello specifico. Anzi cercano volontariamente, credo, di distogliere l'attenzione dallo specifico. Perche' non discutiamo di F, dell'immoralita' di quelle azioni? deve un capo di stato essere sotto quei riflettori? E' davvero solo un guardare dallo spioncino? E' gossip oppure ha senso politico? Il politico deve essere probo? deve continuamente essere soggetto a verifiche non solo sul suo operato ma anche sulla sua vita privata? E in questo caso la vita privata di Berlusconi non entra per nulla in gioco nel suo operato politico? non era lui stesso a vendere l'integrita' della sua famiglia in giornali pieni di foto prima delle elezioni? Vogliamo che un politico ci parli della sua famiglia? All'epoca di quei giornaletti elettorali non ci piaceva, ora invece va bene. Dov'e' il limite, la transizione? Lo faremo anche coi nostri a nostro tempo? E come ci rapporteremo con quelli che oggi picchiano piu' forte, i cattolici, la chiesa, per cui in fondo facciamo il tifo?

May 17, 2009

Conversazioni ottocentesche

Quindi sta emergendo questa nuova disciplina, la Cliodinamica. Attira parecchio la mia curiosita', essendo una sorta di ponte tra la scienza ufficiale fatta di modelli, teorie, numeri, metodo e predizioni e la sfera dell'universo che piu' sembra sfuggire a ogni previsione scientifica: l'umanita' stessa. Puo' il metodo scientifico inventato dagli esseri umani essere usato per studiare le dinamiche sociali di tali esseri?

Sicuramente tutti saranno d'accordo, scienziati e no, che applicare il metodo scientifico per capire e quindi predirre il comportamento del singolo individuo, e' cosa talmente lontana dal fattibile che diventa di fatto impossibile. Il problema e' troppo complicato che non vale la pena perderci tempo. Ma quando gruppi di persone sono studiati insieme, paradossalmente, la speranza di quegli scienziati e' che le cose si semplifichino. Fino a poter trovare pattern ripetuti, correlazioni tra occorrenze che, in posti diversi e tempi diversi, diano piu' o meno effetti simili.

Ma e' una speranza fondata? O puo' esserci qualche ostacolo di principio, che magari io non vedo troppo bene, ma qualcun'altro puo'? Ne ho parlato con il (quasi-)dottor P., esperto di filosofia, soprattutto filosofia politica. Studiare quotidianamente la filosofia politica, credo, deve modificare seriamente la percezione del mondo. La fisica quotidiana lo fa con me, d'altro canto. E volendo sapere com'e' il mondo da quell'altra parte del fiume, P. mi e' sempre d'aiuto.

La giro a conversazione, tra me e lui, come potrebbero fare due personaggi di un romanzo ottocentesco, di quelli noiosissimi. Spero possa interessare chi voglia vedere i diversi approcci che hanno due ininfluenti ma entusiasti esponenti di queste due discipline tanto lontane, fisica e filosofia (politica).

F. Quindi cosa ne pensi di questa nuova direzione della scienza dura, in cui si vuole usare massicciamente il metodo scientifico e statistico (che gia' si usa in altri campi) per andare a scovare pattern e correlazioni niente di meno che nella Storia Umana? Ha senso dal tuo punto di vista ?

P. La questione - cioe' possono le scienze sociali (come la storia) diventare come le scienze pure? - e' molto complessa. Su di essa si sono scritte migliaia di pagine e combattute guerre atroci (non ancora sopite). E' una questione che divide quasi in due bande gli scienziati sociali: chi dice che si, chi dice che no, e chi dice che forse un po'. Io sono nel bando del no.
O meglio, evidentemente che l'uso di tecniche sperimentali e metodi quantitativi sia a volte utili per cercare di prevedere comportamenti futuri di breve periodo e' scontato. Ma il punto e' un altro. Cosa mi serve sapere, per esempio, quale sara' il comportamento elettorale dei giovani nelle prossime elezioni (il comportamento elettorale e' uno dei campi dove piu' e' diffuso il metodo quantitativo) se non so cosa significa "democrazia"?
Nel secolo XX, l'avvenimento storico-politico piu' rilevante e' stato sicuramente il nazismo. Avrebbe mai potuto una scienza sociale "scientifica" prevedere questo fenomeno? No. Il compito, come dice Hannah Arendt, non e' tanto prevedere il futuro ma cercare di comprendere il passato. Non prevedere le "incrostazioni" dei comportamenti umani che si ripetono regolarmente nei secoli, ma capire le eccezioni rilevanti. Le prime sono le cose meno interessanti (anche se importanti), e le seconde quelle che determinano il cammino della storia. Vico non la pensava in modo molto differente.
Insomma se non si cerca di capire la sostanza dei fenomeni umani, di dargli un significato, allora cercare di prevedere i comportamenti umani, oltre che velleitario (i risultati di questi sforzi sono sempre stati piuttosto scarsi), e' fuorviante.
Te lo dico perche' non e' che quelli che usano metodi quantitativi sono una sparuta minoranza. Sono la stragrande maggioranza e si stanno espandendo. Nel congresso dell'associazione europea di scienze politiche, su 40 di panel dedicati a vari temi, solo 4 erano di filosofia politica, tutti gli altri erano piu o meno riconducibili a metodi quantitativi.

F. La cosa mi interessa parecchio perche' io sono essenzialmente sull'altra sponda rispetto a te, pur avendo da sempre non so se il cuore o solo l'educazione dall'altra. Io sono sulla sponda in cui il numero (la quantificazione) e' il dio. Gli strumenti di misura sono gesu', e noi tutti gli apostoli che dobbiamo capire dai numeri attraverso uno schermo la realta' divina. Non si puo' dire che non funzioni per nulla, ci ha mandato sulla luna e cura i tumori.
Il metodo e' la cosa che mi piace di piu' di tutta questa storia: ipotesi, verifica, predizione, verifica, nuova ipotesi, verifica etc etc. Il metodo scientifico da Galileo in poi ne ha fatta di strada, ed e' questo che mi rende entusiasta del lato in cui sto. Pero' ora la gente si inizia a dire: questo metodo stesso (quello della scienza dura: il lavoro sperimentale, poi modelli e analisi), non lo possiamo applicare altrove rispetto a sistemi costruiti ad arte?
Galileo, ancora, ci insegno' che per capirci qualcosa della natura bisognava "togliere": bisogna cioe' eliminare accidenti esterni, cause i cui effetti sono troppo complicati, perturbazioni varie, e uno rimane davanti alla natura fatta di triangoli e cerchi, perfettamente spiegabile in termini geometrici o matematici. E la cosa funziona, aiuta a capire (e ad usare) la base delle cose, dalle puleggie agli atomi. Ma ora si dice, e forse in maniera naturale: iniziamo ad "aggiungere", e si inizia a studiare il caos determinista in matematica, l'interazione tra popolazioni, l'ecologia, le robe complesse fatte da tanti piccoli elementi che interagiscono, le reti, il cervello. E le descrizioni analitiche esplodono in complessita', ma si riesce ancora a fare molto.
Fino a dire: vediamo cosa possiamo dire sulla Storia, fenomeno di cui iniziamo ad avere sufficienti dati "sperimentali". Leggendo quell'articolo di Nature all'inizio storcevo il naso. Non si sa come si comporta un semplicissimo sistema di 3 equazioni non lineari, e tu vuoi farlo con la Storia? mmm, non mi convinceva proprio.
Pero', e c'e' un piccolo pero', forse alla fine ho capito cosa intendono fare: vogliono provare ad applicare il metodo, e non a trovare soluzioni "analitiche" a problemi impossibili. E quindi: andare a cercare nel passato dei pattern (cosi chiamano le tue "incrostazioni") che si ripetono e vedere se hanno generato, nel loro futuro a noi conosciuto, delle conseguenze simili. Chissa' che non si trovi che il nazismo e' stato generato da pattern nella societa' (rancore per i trattati di pace appena fatti, crescita demografica e/o economica) simili a quelli che si possano trovare altrove in altro periodo (magari oggi?). La cosa quasi mi sembra ragionevole. Mi sembra quello che sempre hanno fatto gli storiografi, ma questa volta cercando di quantificare.
Pur essendo un "entusiasta" del metodo, lungi da me pensare che quella sia l'unica maniera di rapportarsi al mondo. Ne esistono altre, e' bene esserne consapevoli e rispettarli (ognuno nella sua sfera di attuabilita'). Metodi non analitici, evocativi, a volte strettamente non basati sulla logica, retorici: dalla filosofia all'arte o alla poesia, fino anche al misticismo dei monaci buddhisti. Una volta ho sentito dire, da un bravissimo scientifico, che la filosofia dovrebbe scomparire, perche' e' un campo in cui ognuno puo' dire quello che gli pare senza verifiche di alcun tipo. Il che e' pur vero, ma c'e' da capire che, pur essendo immersi nel metodo scientifico, non e' quella la sola via alla lettura della realta'. Certo se mi viene un'infezione preferisco un medico a uno sciamano, ma cio' non toglie che lo sciamano mi affascina e credo che possa insegnarci parecchie cose.

P. Veniamo alla questione della storia come scienza analitica.
Realmente, non e' che mi posso ora mettere a scrivere un trattato, perche', come immaginerai, questo tema - la relazione tra le scienze naturali e quelle umanistiche, o il tentativo di trasportare i metodo scientifico delle prime nelle seconde - e' enorme e su di esso si e' scritto moltissimo. questo perche' tocca un punto centrale: "quanto possiamo sapere, prevedere, e controllare dei processi in societa'?", cioe' "fino a che punto e' conoscibile il senso dell'azione umana e quindi dell'uomo?". E' anche un punto in cui si vede nella maniera piu' drastica, la differenza tra la filosofia antica e quella moderna. Su questo punto, infatti, si e' registrata una delle rotture piu' drastiche effettuate dalla modernita'. In breve, la rivoluzione scientifica che si e' verificata con Galileo, poi Copernico, ecc. ha avuto delle influenze molto rilevanti anche sul lato filosofico. Naturalmente, le influenze sono state reciproche, pero' diciamo che i successi ottenuti con il metodo scientifico sono stati accolti dall' "altra parte" con grande ammirazione, e allo stesso tempo, con frustrazione per i presunti "insuccessi" a cui invece era abituata la filosofia.
Si e' iniziato a pensare (Machiavelli e Hobbes) che la filosofia politica doveva interessarsi alla realta' e non a quello che vorremmo che fosse la realta'; che il conoscimento dovesse procedere dall'esperienza e dall'induzione logica, invece che dall'autorita' del passato, e che il conoscimento e il potere fossero la stessa cosa (Bacone), e poi piu' avanti che la certezza dovesse essere il prodotto del dubbio assoluto (Descartes). Poi sono passati secoli e successe cose, ma si e' arrivati nel secolo xx a un'applicazione vera e propria del metodo scientifico, quantitativo, alle scienze sociali. Modelli di comportamento elettorale, di previsione dei conflitti armati, di comportamenti economici, ecc.
Naturalmente il passaggio dagli esordi della modernita' ai tempi nostri e' stato molto lungo, e nel frattempo ci sono state tante cose nel mezzo. Anzi, autori come Machiavelli, Hobbes o Bacone, avevano allo stesso tempo tanto di moderno, quanto di antico (e anche da qui il fatto che siano cosí interessanti), ma diciamo che le radici piu o meno vanno rintracciate li'. Comunque, perche' ti faccio questa ricostruzione storica? Perche' da li' emergono alcuni temi importanti. Prima di tutto la questione della differenza tra cio' che e' e cio' che dovrebbe essere. Poi, il tema della relazione tra conoscimento e potere, e infine quello della certezza. Mi concentrero' sul primo, anche se poi tutti e tre sono correlati e interdipendenti. Allora, per iniziare si puo' dire che una delle differenze che piu' saltano all'occhio tra le scienze naturali e quelle sociali, e' il fatto che nelle prime esiste una separazione tra l'oggetto di studio e il soggetto che compie lo studio. Cioe' si studia il fenomeno naturale da una perspettiva esterna, dello spettatore che si mette li' e guarda quello che succede. Applicato alle scienze sociali questa condizione si traduce nella pretesa che lo scienziato distingua chiaramente tra "fatti" e "valori". I primi sono propriamente l'oggetto di studio; oggetto di studio che va affrontato da una posizione neutrale, da cui i valori dello scienziato debbono essere tenuti fuori. Anche quando l'oggetto di studio sono i "valori" (le credenze morali, per es.), questi vanno esaminati come fossero "fatti", cioe' oggettivati e studiati dall'esterno. Questa pretesa "scienticista" portata avanti nelle scienze sociali dal positivismo e' il vero punto debole e pericoloso di chi vuole plasmare le scienze sociali sul modello di quelle naturali. Lo scienziato sociale non potra' e non dovra' mai lasciare da parte i suoi valori, sia perche' questo e' impossibile - la stessa scelta dell'oggetto di studio e' determinata dai nostri interessi, da cio' che crediamo importante - sia perche' e' pericolosa, perche' significa che lo scienziato sociale si esonera dal compito di decidere cosa e' importante o no nel suo lavoro, e diventa uno mero strumento del potere.
Appunto, invece di mettere la scienza al servizio del benessere generale, la rende puro strumento utilizzabile da chi detiene il potere e decide autonomamente cosa e' buono o no per la socita'. Questa posizione appunto mostra chiaramente l'equazione che la modernita' stabilisce tra sapere e potere. Quest'ultimo e' quello che comanda, usando il sapere come mezzo per ottenere i suoi fini. Nell'antichita', e in altre tradizioni culturali, come il giudaismo per esempio, il sapere era fine a se stesso. Cioe' non era strumento ma fine. Sapere e felicita' piu o meno coincidevano. Ma il problema non e' solo questo. Come abbiamo detto, nelle scienze sociali (ma in realta' anche nelle scienze naturali) non si puo' pretendere una posizione neutrale da parta dello scienziato, ma imparziale si. I suoi valori, cioe', lo devono guidare pero' senza cadere nella faziosita', nella partigianeria. Quello che lo deve guidare e' sempre l'amore per il sapere (filosofia). In secondo luogo, e qui entriamo in un altro tema fondamentale, le scienze sociali, trattando appunto di azioni umane, non si interessano solo dei "fatti" ma dei "significati".
Cioe' non devono solo stabilire in che modo, per esempio, una societa' raggiunge un minor o maggior grado di ordine interno, ma stabilire che significa quel determinato concetto di ordine. Questo vale anche per quanto riguarda i comportamenti, diciamo cosi', piu' meccanici degli uomini (tipo quelli economici, di abbastamento alimentare, per esempio).
L'economia, anche se ha beneficiato molto dell'introduzione dei modelli matematici nel suo seno, non puo' prescindere dallo sforzo di significazione dei fenomeni che studia. Per esempio, la stessa legge della domanda e della offerta, dovra' determinare perche' un bene si domanda in minor o maggior misura. E questo non potra' essere fatto semplicemente determinando una serie di preferenze degli individui, e da esse preferenze aggregate, costruendo modelli in cui si introducono variabili numeriche per ogni tipo di fattore che influenzia la scelta. Questo si puo' fare e i risultati, possono essere abbastanza buoni, ma cosi' facendo non si affronta una questione centrale: che l'azione umana non puo' essere ridotta a dei numeri.
Non e' in gran parte quantificabile. Il suo significato richiede invece un approccio interpretativo, discorsivo. Come diceva Arendt, l'errore dei materialisti e' credere che "la materia" ha lo stesso significato per tutti. Non e' la stessa cosa, per esempio, chi vuole solo i soldi perche' la sua psiche e' disturbata da una sorta di attaccamento feticista al denaro, o chi, invece, lo fa, per esempio, per smania di potere o per esibizionismo. Questi tre atteggiamenti anche se puntano allo stesso obiettivo (avere piu soldi) detemineranno comportamenti differenti e andranno affrontati in modo diverso.
Nella scienza politica, poi, questa questione diventa fondamentale. il suo scopo e' quello di capire come funziona la politica, cioe' le relazioni di dipendenza in una comunita'. Queste non possono mai essere considerate come oggetti neutrali, perche' implicano sempre una visione del bene e del male. La filosofia politica antica, a differenza di quella moderna, parte sempre da questo presupposto: cioe' che essa debba interessarsi ad avere una visione del tutto, anche se sa perfettamente che questa visione totale le e' impossibile da raggiungere. L'uomo non potra' mai conoscere il perche' delle cose fino in fondo, ma dovra' essere sempre consapevole che, in quanto uomo, il suo agire si muove indirizzato da questo anelo verso l'assoluto (sto diventando troppo mistico?).
Pero', nonostante questo interesse per il tutto, esattamente la consapevolezza dell' impossibilita' di conoscere il tutto sara' cio' che la spinge a ribassare le sue pretese, e a considerare la prudenza come una delle principali virtu'. Anche in questo punto, si vede la differenza con l'atteggiamento della scienza moderna: se questa ha messo da parte l'interesse per il tutto, d'altra parte ha suddiviso la realta' in varie aree, settori, e in ognuna di esse ha preteso erigersi a padrone attraverso la sua fiducia nelle capacita' di conoscere. Il conoscimento della natura, per esempio, per il controllo su di essa.
Arrivati a questo punto stiamo toccando un'altra questione che anch'essa richiederebbe molto spazio: il conoscimento come strumento di controllo, e la oggettivizzazione di cio' che si studia da parte del soggetto che la studia, con il fine del controllo su di essa. Ma questo tema ci porterebbe troppo lontano.
Tornando alla questione del significato, un esempio pertinente della differenza nello studio delle relazioni umane tra gli antichi e i moderni e' dato dal fatto che, per esempio, Aristotele, in relazione ai legami che tengono unita una comunita' politica, si interessava al tema dell'amicizia, mentre che i moderni, in questo atteggiamento scienticista, alla relazione tra il Io e il Tu.
Aristotele studiava la amicizia come un qualcosa di concreto, vivo, su cui si potevano fare delle generalizzazioni ma che pero' era impossibile da rinchiudere in delle formule, i moderni, invece, attraverso l'astrazione, cercano di rendere questa relazione Io - Tu universale e dopodiche' di applicare le sue regole nei casi concreti.
E' evidente che il significato del concetto di amicizia, sfugge qualsiasi definizione astratta, e va cercata nei casi concreti, e va interpretata piu che oggettivata. in essa ci sara' sempre un surplus di significato che non possiamo definire chiaramente, che non possiamo controllare, ma che tuttavia e' fondamentale. E cio' e' vero in generale per tutto quello che chiamiamo "valori". Da tutto quanto detto risulta che l'applicazione di un metodo scientifico nel campo della storia, con il fine di prevedere i futuri comportamenti, risulta poco plausibile, perche' la natura dell'uomo, come diceva Vico, a causa del libero arbitrio e' resa incertissima e quindi difficilmente previsibile. Quindi se ci fosse una scienza storica che sapesse piu' o meno prevedere i comportamenti futuri significherebbe che l'uomo avrebbe perso la sua liberta'. Bisogna poi vedere quanto lo stesso fatto di voler vedere la storia attraverso lenti analitiche contribuisca a che realmente l'uomo si comporti come i modelli che lo vogliono descrivere. Ma questa e' un'altra questione. Bisognerebbe ricordarsi, per concludere, che gia' Aristotele diceva che il metodo di ogni disciplina dovrebbe plasmarsi sulla materia di quella disciplina, sul suo oggetto di studio, e non viceversa.

F. Ora un ultimo punto, che e' collegato parecchio anche se forse non sembra. Lasciami fare l'avvocato del diavolo, cosa che mi piace, ed esagerare un po'.
Il libro che mi hai dato (Hannah Harendt, The human condition) )mi piace, pero'. Pero' e' scritto per pochi, e la cosa a ogni pagina mi fa girare le palle ad elica. La signora, e tutti voi filosofi, capite le cose in grande profondita', ma non sapete comunicarcele a noi poveri mortali. Devo leggere le frasi di dieci righe minimo tre volte per capirci qualcosa. perche'? Io, come tutti quelli che leggono articoli scientifici, ma ormai vale pure x i ragazzini di youtube, siamo capaci di poco sforzo alla volta. Di frasi semplici in cui le idee vengono esposte chiaramente. La tua amica non lo sa fare proprio. Scrive benissimo per carita', ma non e' lettura facile, anche in quelle frasi in cui dice cose semplici.
Saranno i tempi diversi, e l'uso della retorica che vi sta tanto a cuore. Prova per favore a convincermi che usare un linguaggio complicato, arzigogolato e frasi kilometriche e' funzionale al messaggio. Perche' ora ci credo a fatica, mi sembra un nascondere dietro a una bella cornice un quadro semivuoto (parlo di singole frasi qui, non del libro in toto). A volte traducendo frasi di 12 linee ci trovo solo frasi tipo : lo schiavo greco era infelice.
Lo so , e' uno sfogo. Immagino gia' la risposta: la complessita' delle cose che si vuole comunicare e' tale che non puo' essere solo detta tramite concetti dicibili, va fatta sentire pure in altro modo, e la retorica e' funzionale a quello, un po' come mettere profumo in un libro , o stamparlo su carta igienica o carta vetrata, o scrivere una poesia.
Ma la poesia, se la similitudine tiene, e' intima, personale, a me dice "a" a te "b". La signora in questione invece sono sicuro che ha chiaro quello che vuole dire, e allora perche' non me lo dice piu' semplicemente? perche' mi fa sentire scemo? perche' lo sono, ok, pero' se io faccio tutta quella fatica, pur piacendomi (cioe' meglio, lo trovo importante farlo) , quanta gente potra' leggere quel libro nel mondo? non e' un valore da cercare la diffusione delle tue idee? forse e' questo il punto.
Forse e' per questo che non scrivi un blog e io si. Voi filosofi volete fare come i pittori e diventare famosi solo da morti? volete cambiare la gente tra 50 generazioni, quando saranno pronti a leggervi? aspettate che dall'alto il vostro verbo scenda pian piano giu' nella societa' fino ad intaccare finalmente il postino all'angolo? Perche' dovete (con le vostre idee) arrivare al postino all'angolo e la sciura della porta accanto alla fine, altrimenti e' stato tutto inutile. Mi dai ragione su questo?
Aristotele e' stato un grande filosofo perche' le sue idee hanno forgiato la societa' tutta (le gente moriva a causa di quelle idee) per tempo immemorabile. Perche' i filosofi studiano , scrivono, leggono, traggono conclusioni, altrimenti? Dopo aver fatto tutto quello che volete, dovete divulgarlo!
Questo e' in effetti quello che gli intellettuali hanno sempre fatto e chissa' sempre faranno. Ma c'e' qualcosa che non mi piace in questa dinamica, forse e' che siamo nel tempo di internet e ormai se una cosa non e' letta dopo i primi dieci minuti da quando e' scritta, e almeno da mezzo milione di persone, rischia di scomparire. Che ne dici?
Quindi insomma, il problema della diffusione delle idee. E' davvero cosa necessaria? oppure il poeta non deve badare a questo? ma un filosofo e' un poeta o uno scienziato? Essendo pagato dalla cosa pubblica (come nella maggior parte dei casi), a me sembra che debba poi curarsi della massa indistinta che gli permette di voleggiare nel mondo delle idee e poi mangiare la pagnotta. Quindi per questo mi sembra che la divulgazione sia cosa necessaria. Oltretutto divulgare (ma non intendo con fumetti per bambini, mi raccomando) e' anche modo per smascherare: c'e' qualcosa sotto la cornice di belle parole? ci sono idee davvero sostanziose? C'e' bisogno di sei linee per dire una cosa che puo' essere detta in tre parole?
Qui la mia formazione scientifica prende il sopravvento: noi dobbiamo esprimere tutto in termini "semplici". Qui semplice significa non "facile", ma primario, basilare, quindi appoggiare il discorso una base ormai assodata da tutti. E quindi, in principio dopo un po' di sforzo per informarsi, comprensibile da tutti.
La retorica (chiamo retorica, chissa' se a torto o no, il linguaggio e tutti i suoi strumenti dai grammaticali a quelli piu' alti) che funzione ha? E' davvero necessaria? Mai e' usata come schermo, per nascondere un vuoto? Non deve la retorica essere solo strumento per aiutare a capire meglio? Ma il farsi capire e' o no il fine ultimo (dopo aver qualcosa da dire,certo)? Se hai l'idea geniale per rivoluzionare diciamo, il concetto di democrazia, non deve essere possibile esprimerlo in parole comprensibili ai piu'? O forse il mestiere del filosofo non e' quello di avere idee nuove, brillanti e perche' no, rivoluzionarie? Aristotele o platone o Kant rivoluzionarono qualcosa ? oppure sono solo come i piu' bei fiori del campo? la coagulazione in bellezza "non utile" del pensiero del loro tempo? Qualcosa di proveniente, si, dalla societa', come un fiore dal ramo, ma che a quella societa' non da' nulla, solo semi per tempi e persone a venire, magari dopo generazioni e generazioni? Ho appena usato una figura retorica.... Spero abbia fatto capire meglio che volevo dire.

P. Qui tocchiamo ancora una volta un altro punto molto importante. Cioe' la precisione e definizione con cui il linguaggio usato nelle scienze sociali deve essere concepito. Ci si lamenta spesso che nelle scienze sociali e in filosofia ancor piu' si usa un linguaggio poco chiaro, indefinito, vago. Ebbene, se spesso questo e' frutto della sciatteria e di una scarsa capacita' di comprensione del fenomeno, altre volte e' una necessita' e ancor piú una salvezza. Se e' vero che e' fondamentale essere coerenti, precisare, differenziare, e' anche vero che alcune cose non sono chiaramente definibili. E che i concetti e le definizioni vanno applicate e riconfigurate d'accordo con l'esperienza contingente.
L'amicizia per esempio. Uno puo' dare una definizione generale, distinguendola, per esempio, dal compagnerismo. Pero' poi ogni caso avra' le sue peculiarita'. E, cio nonostante, rimarra' un concetto universale. Universale pero', non nel modo di una legge matematica, ma nel modo in cui e' universale una poesia di Petrarca. E proprio una poesia magari sara' cio' che evocando, invece di definendo, potra' estrarre questa sua universalita' nel modo migliore.
Mi chiedevi se il filosofo e' piu poeta o scienziato. Una bella domanda, non c'e' che dire. E una che mi tiene da tempo in ballo. Cosí, per mettere il carro davanti ai buoi, ti diro' che, come sospetterai, per me e' molto piu poeta che scienziato. Ma ovviamente, questa presa di posizione un po' partigiana, va precisata e specificata. In realta' e' un qualcosa a meta', anche se per me, piu vicino al poeta che allo scienziato. Questo perche' piu' che capire come funziona la realta', deve interpretare cosa questa significa per un essere umano in quanto essere umano. Il che e' in fondo l'unico che puo' fare.

November 24, 2008

Ricerca italiana su Nature

Grande risalto su Nature a quello che succede in Italia. Da parte mia grandi complimenti ai ragazzi che sembra si stiano organizzando meglio che (noi) in passato. Un editoriale, una lettera dei Ricercatori Precari e un'altra, pubblicati insieme nell'ultimo numero di Nature. Dimostrano un'attenzione da parte dei grandi che non mi aspettavo, forse ci tengono a noi, gli pare brutto se sprofondiamo. Meno male.

La ricetta, per una volta, sembra davvero semplice: basta con i concorsi centralizzati, e via a una sana e trasparente meritocrazia, che premia i risultati. Ho sentito obbiettare (annozero): "Come giudicare il lavoro di ricercatori? non si puo'" Certo non e' facilissimo, ma chi se ne frega, facciamolo e basta, guardiamo alle pubblicazioni e bon. Non e' perfetto, ok, ma come prima approssimazione si puo' benissimo fare. Come se un morto di fame non accettasse un buon pranzo perche' la tavola non e' ben apparecchiata. Andiamo, non ci sono scuse. Solo la meritocrazia puo' guarire dai dinosauri inutili e mafiosi, dal nepotismo dai fondi scomparsi. Certo ci vuole un buon controllo, quello si.

Per chi non potesse leggere i link di Nature, perche' maledettamente a pagamento, ecco un piccolo estratto:

Situations vacant

Italy's universities should be free to hire who they want — and should be accountable for the result.

It took violent street demonstrations to force the Italian government to backtrack on its proposal to enact — hot on the heels of a hefty budget cut — a major reform of the nation's universities through decree. Last week, education and research minister Mariastella Gelmini agreed instead to put her planned reform through normal legislative procedures, which, unlike a decree, will involve parliamentary debates and, hopefully, consultation with the universities.

But on 6 November, Gelmini rushed through part of the reform in a decree anyway. With a round of concorsi, the national competitions to select academic staff, due to start within days, Gelmini introduced a relatively minor change in the procedures of the committees that select the staff. The not-so-minor result is that those concorsi, for 1,800 professorships, will be delayed by at least three months. And if the change is challenged in court, as it may well be, the delay could stretch beyond a year — at a time when Italian universities have already been unable to recruit new professors for more than four years.

The cumbersome concorso system does not need such tinkering, it needs to be abandoned. Imagine if the Massachusetts Institute of Technology (MIT) in Cambridge had to tell Washington whenever it had an vacancy; then wait for the administration to collate enough empty posts nationwide to warrant opening a competition; and then allow academics from all universities to elect a national, discipline-related committee to choose the candidate — a committee on which only one MIT representative could sit.

Such centralized recruitment has been a feature of Italian universities for the best part of a century. It wasn't until the 1990s that universities gained sufficient control of their budgets to decide how many professors they wanted to recruit, even if they couldn't choose the successful candidates. The government refuses to grant them that last authority partly because politicians fear that, left to themselves, some universities would appoint professors on the basis of their local political and personal connections rather than their scientific merit. There is good reason for this worry: it happens even within the concorso system.

Nonetheless, Italy's universities should be allowed to recruit whomever and however they want — with the all-important proviso that they also be evaluated on their academic performance. If the best-performing universities received more state support, and the underperformers received less, the incentive to play politics when hiring would plummet.

Italy's previous, centre-left government paved the way for such a system just before it fell in April, when it passed a law to create ANVUR, an agency to evaluate university and academic performance. Gelmini simply needs to complete the establishment of ANVUR, get it working and put an end to the concorso system. Her predecessor had recognized that it would take a while to establish the new institution and so had set in motion the current, now frozen, round of concorsi to allow university life to go on. Gelmini was wrong to interfere with it.

A level of reform is clearly needed. Because Italian universities don't have to take responsibility for any recruitment decisions, some have become lax, bloated and lazy. But reforms need to be done with a strong, knowledgeable and clever hand — something that Gelmini has so far failed to provide.

August 8, 2008

Editoriale di Nature

Ecco il punto di vista di Nature su una questione tutta italiana. Sempre che interessi a qualcuno dei nostri.



Editorial

Nature 454, 667 (7 August 2008) | doi:10.1038/454667b; Published online 6 August 2008

Clean hands, please

The Italian government needs to maintain a careful distance from industry.

Fifteen years ago, at the height of Italy's 'Clean Hands' anticorruption campaign, police broke into the house of Duilio Poggiolini, head of the national committee for drug registration, and discovered gold bullion under his floorboards. For many Italians, the image of that gleaming bullion still resonates — an enduring symbol of a time when government officials, up to and including the health minister, routinely took bribes from the pharmaceutical industry to approve drugs and fix their prices.

Steps were taken to avoid such a situation arising again. So it is worrying that Nello Martini, a pharmacist with no political associations, has been removed by Prime Minister Silvio Berlusconi's new government as head of AIFA, the autonomous agency created in 2004 to register drugs and supervise their use. Martini successfully carried out a mandate to limit spiralling drug expenditure to 13% of the total health budget. But in the process he incurred the wrath of industry. Only a few weeks ago, government prosecutors in Turin charged Martini with disastro colposo, or 'causing unintentional disaster', for bureaucratic delays in updating the packaging information on the side effects of a few drugs — although none required more than minor rewording of existing text.

Martini was replaced in the middle of July by microbiologist Guido Rasi, a member of AIFA's administrative board, who has been described in the Italian press as being close to the far-right party Alleanza Nazionale, which forms part of Berlusconi's coalition government. Even more worryingly, the government, which took office in May, says it plans to reduce AIFA's power by separating the pricing of drugs from technical considerations of their efficacy, bringing pricing back into the health and welfare ministry.

At a time when all countries are struggling to find a way to pay for hugely expensive new-generation drugs within limited budgets, this makes little sense. The autonomous agency needs to be able to integrate all technical and economic information if Italy is to operate a cost-effective health system. Moreover, the health and welfare ministry's connections with industry are uncomfortably close. For example, the wife of the minister Maurizio Sacconi is the director-general of Farmindustria, the association that promotes the interests of the pharmaceutical industry.

In fact, Berlusconi's government has shown unsettling tendencies to allow industrial interests to gain influence over state agencies. A few weeks after Martini's dismissal, the Italian space agency was put into the hands of a commissioner who heads the space division of the aerospace giant Finmeccanica. The government should think twice about whether it really wants to open the door that was deliberately closed after the Poggiolini affair.

June 10, 2008

Qualcosa si inizia a smuovere, e sara' difficile da fermare...

EU takes swipe at Microsoft
By James Kanter
Published: June 10, 2008
from: Herald Tribune

BRUSSELS: The European Union's competition commissioner, Neelie Kroes, delivered an unusually blunt rebuke to Microsoft on Tuesday by recommending that businesses and governments use software based on open standards.

Kroes has fought bitterly with Microsoft over the past four years, accusing the company of defying her orders and fining it nearly €1.7 billion, or $2.7 billion, for violating European competition rules. But her comments were the strongest recommendation yet by Kroes to jettison Microsoft products, which are based on proprietary standards, and to use rival operating systems to run computers.

"I know a smart business decision when I see one - choosing open standards is a very smart business decision indeed," Kroes told a conference in Brussels. "No citizen or company should be forced or encouraged to choose a closed technology over an open one."

Kroes did not name Microsoft in advance copies of her speech, but she made her meaning clear by referring to the only company in EU antitrust enforcement history that has been fined for refusing to comply with European Commission orders - a record held by Microsoft.

"The commission has never before had to issue two periodic penalty payments in a competition case," she said.

The EU has previously ruled against Microsoft for abusing its dominance in the markets for software to play music on computers and to communicate with powerful server computers on a network. In recent months, Kroes has opened new investigations against Microsoft after complaints that it was competing unfairly in the market for Web browsers by using the Explorer software. Kroes is also investigating whether Microsoft is making it too hard for rivals to work with its Office suite applications.

In her speech, Kroes said there were serious security concerns for governments and businesses associated with using a single software supplier. She praised the City of Munich for using software based on open standards, along with the German Foreign Ministry and the Gendarmerie Nationale, a department of the French police force.

Kroes, who is Dutch, encouraged the Dutch government and Parliament to continue moving toward use of open standards. EU agencies "must not rely on one vendor" and "must refuse to become locked into a particular technology - jeopardizing maintenance of full control over the information in its possession," she said.

A policy by the European Commission adopted last year to promote the use of software products that support open standards "needs to be implemented with vigor," she said.

June 2, 2008

Italia 5 - Spagna 1

I morti ammazzati dalla mafia, secondo wikipedia, sono piu' di 5000, anche se il numero non penso sia ufficiale. Ma se si aggiungono le vittime della camorra e quelle della 'ndrangheta, di certo il conto e' di parecchie migliaia, sicuro di piu' di 5 mila.

I morti uccisi da ETA in Spagna, secondo questo sito sono quasi mille.

Ora dico qualcosa di certamente non quantificabile, e quindi suscettibile di tutte le critiche del mondo, ma la mia sensazione e' che la stanchezza, il disgusto, il rigetto per queste morti nella societa' spagnola di oggi sia enormemente piu' forte di quello che c'e' in Italia verso la mafia. Anche considerando il distacco tra i morti ammazzati. Gli spagnoli parlano di ETA mediamente come di una banda di bastardi assassini a cui augurano tutto il peggio la giustizia civile e la vendetta personale possa riversargli addosso. Basta vedere i commenti agli articoli su ElPais dopo un loro assassinio, o dopo la cattura di qualche loro membro, in cui i lettori mostrano il loro disgusto, a volte anche andando al di la del segno. Ho conosciuto parecchi spagnoli, anche dai Paesi Baschi, e tutti parlano di ETA come di un cancro della loro societa'. Anche i Baschi che credono in una loro legittima richiesta di autonomia. La violenza di ETA l'ha separata, questa e' la mia sensazione, dalla gente ormai in maniera netta. Possono andare avanti solo con la paura che disseminano, ma la cosa non li portera' lontano, non puo' durare a lungo. Mi sbilancio e dico che tra poco ETA scomparira'.

Io sto imparando, e il popolo italiano dovrebbe farlo globalmente, dagli spagnoli cose che non sono ne' di destra ne' di sinistra: primo, almeno, il disgusto per la violenza omicida contro gli innocenti. E quanti innocenti ha ucciso la mafia. Secondo, da quel disgusto andare giu' alle radici di quel sistema di vita fatto poi buisness sanguinario: il nostro essere inclini alle piccole e grandi illegalita' quotidiane, a tutte le dinamiche dell'arricchimento personale immediato a discapito di altri. Questo modo di ragionare e vivere, una volta elevato a sistema, porta pochissimi a guadagnarci per poco tempo, e tutti a perderci alla fine. Questa e' la mentalita' dove poi il sistema mafia attecchisce. Bisogna cambiare la composizione del terreno per uccidere la pianta infestante.

May 27, 2008

La nostra vera malattia

Claudio Magris sul Corriere ha detto meglio di me quello che volevo dire. Non mi capita spesso di essere d'accordo con il Corriere..

La nostra vera malattia
[...] I rom e altri immigrati sembrano oggi la minaccia maggiore alla nostra sicurezza. «Cieca bugia, distrazione di massa dalla realtà complessiva », ha scritto Mariapia Bonanate sul Nostro Tempo. Credo che i commercianti e gli industriali taglieggiati dalla camorra o dalla mafia scambierebbero volentieri il danno, l'intimidazione — non di rado la morte — che sono costretti a subire con i fastidi di chi abita non lontano da un campo di nomadi. Come ha scritto Riccardo Chiaberge su Il Sole 24 Ore, non si sono viste squadre di cittadini indignati scagliarsi contro quartieri della camorra e non ho sentito parlare di ronde pronte a proteggere gli esercenti dai malavitosi che vengono a riscuotere il pizzo. Certo, è più rischioso affrontare i guappi che i vu cumprà e qualcuno ci rimetterebbe la pelle, ma ciò non dovrebbe scoraggiare chi vanta i propri attributi virili e trecentomila fucili. La mafia e oggi ancor più la camorra — grazie al possente libro di Roberto Saviano — sono certo intensamente presenti all'opinione pubblica: libri, film, articoli, servizi televisivi, dibattiti. Ma non scuotono veramente l'opinione pubblica; non destano — diversamente dagli extracomunitari — alcun furore, alcuna paura nei cittadini. Sono quasi letteratura, una tragedia esorcizzata dalla sua rappresentazione, dopo la quale si va tranquillamente a casa — tranne chi è minacciato o colpito dalla morte. Come quel mio conoscente, siamo più vigili dinanzi a una tosse fastidiosa che ad un cancro. Il cancro si avverte meno, forse perché ha già occupato gran parte del corpo, si è infiltrato negli organi e nei sensi che sta distruggendo, sicché, almeno sino ad un certo momento del suo lavorìo, è difficile percepirlo, così come non si vede il proprio sguardo. Un impero del crimine i cui profitti sono quelli di una potenza economica mondiale e le cui vittime sono numerose come quelle di una guerra è un cancro infiltrante, che si immedesima con una parte sempre più grande della realtà. È giusto, è doveroso curare severamente scippi, furti, aggressioni, molestie, ogni illegalità anche piccola, ma sapendo quale sia la nostra vera malattia mortale.

May 19, 2008

Elezioni e pensieri sparsi

I difetti piu' simili ai tuoi sono i piu' odiosi. Questo e' tutto quello che sono riuscito a coagulare dopo un po' di tempo in cui il mio cervello ha girato e rigirato attorno agli ultimi fatti politici del nostro povero paese, e poi un po' piu' in generale a cosa c'e' che non mi piace del posto in cui non vivo piu' da un po' ormai, ma da cui non riesco a staccarmi definitivamente (e non lo faro' a breve). L'italianita' e' qualcosa che io, come credo tutti gli italiani, riconosciamo da lontano. Difficile definirla, ma facile riconoscerla. Chissa' se ci riesco a dirne qualcosa di non troppo banale. Il fatto e' che il prodotto di tale cultura piena di difetti e atrocita' ora e' fatto esempio e, tra l'altro, primo ministro. Almeno cosi' e' come la vedo io, e come la vedono le persone che mi piacciono in giro per il mondo. Quei difetti sono nel mio dna, li vedo la mattina allo specchio, e vederli al telegiornale in diretta da Montecitorio mi provoca un senso tra l'orticaria e la psoriasi. Al confronto vedere Bush che parla di armi di distruzione di massa quasi mi da' sollievo. Penso: viene dal Texas, cos'altro puo' avere in testa? Ma a vedere Calderoli non posso che pensare: 'zzo, viene da pochi Km da dove sono nato e vissuto! Come posso salvarmi?

La nostra cultura italiota, non dimentichiamolo, e' la principale esportatrice di mafia. Forse ormai i vari Jonny e AlCapone sono stati soppiantati da russi e cinesi, ma questo non toglie il nostro primissimo ruolo nell'invenzione e divulgazione di quel modo di vivere e concepire la societa'. Quindi il discorso e' globalmente importante, perche' tocca una vera e propria malattia del nostro pianeta, di cui noi italiani abbiamo grandissima responsabilita'. Non ho le conoscenze per andare a vedere le radici storiche della mafia; mi limito solo a vedere quello che c'e' oggi, qualcosa comune a tutti noi italiani, paragonandolo a quello che vedo fuori in persone che non sono cresciute in quell'ambiente.

Inutile pensare qualcosa come "ogni paese e' imperfetto": e' un concetto tanto vero quanto inutile. Fermarsi e non analizzare e risolvere problemi solo perche' altri ne esistono o verranno fuori, e' contrario al progresso, che dovrebbe essere definito non solo in economia come l'idolo "crescita" che ovunque si venera, ma anche in altri ambiti piu', direi, umanistici. Quindi.

Cosa abbiamo noi italiani che ci rende tanto pizza mandolino e mafia? Perche' io odio, quando lo riconosco, e lo riconosco ormai in un millisecondo, un italiano che, semplificando, potrei definire come il leghista medio? Quali valori o disvalori porta con se' il leghista medio che mi stanno tanto in odio? Cosa c'e' che non va in 'sto povero paese? E' proprio vero che c'e' qualcosa che non va?

Bhe', al'ultima domanda la risposta e' un sonoro si, indubbiamente. Probabilmente anche il leghista di cui sopra sarebbe d'accordo, certo non sulle cause, con me. Quello che so e' che il problema e' giu' alla radice, e su' appollaiata su di un ramo c'e' la mafia, e su un altro appresso c'e' il risultato di queste elezioni. Cosa c'e' giu' alle radici, chissa' se riesco a trovarlo.

C'e' sicuramente una scala di valori sballati e sbagliati, almeno rispetto a quelli che io penso siano quelli piu' giusti, e come me molti milioni di abitanti di altri paesi piu' evoluti del nostro. Ecco si, penso che ci sia di mezzo l'evoluzione, e l'evoluzione della civilta', che dovrebbe seguire a ruota. Noi siamo indietro rispetto ad altri, questo e' quello che viene dalla mia esperienza. E' solo un dato di fatto che constato tristemente. La nostra gloriosa storia antica e risorgimentale ha rallentato la sua spinta, lasciando un paese che culturalmente e' ormai arretrato. Basta vedere come parlano di noi altri paesi vicini e lontani.

Certo e' avanti rispetto ad altri, per esempio i neri sud africani (proprio li, si, dove c'erano i bianchi cattivissimi e schiavisti) che ammazzano a decine i neri immigrati dal vicino Zimbawe infestato dalla dittatura, certo non brillano per altezza di civilta'. Ma da noi cosa sta succedendo nei campi Rom di provincia? L'anima sporca di quei moti di popolo contro popolo non e' molto simile? Il debole della scala sociale che viene elevato a capro espiatorio, usando come motivi quelli della sicurezza che fa leva sulla pancia. Il problema non sono i Rom in Italia, siamo tutti con la vista appannata. La legalita' e' il problema, e la legalita' non vede razze, religioni, colore della pelle. La legge, diavolo, deve essere uguale per tutti. Dall'alto della scala fino all'ultimo gradino. E la pena, certa. Per tutti, e sopratutto, direi, per quelli che stanno in alto, vicino alle leve del potere e che tanto influenzano la cultura, non solo per quelli che cercano di rubare i bambini.

I valori sballati, mi viene da dire cosi' di getto, sono quelli che mettono l'individuo al posto della collettivita'. Cioe' individualismo. Ma sbaglio: i paesi anglosassoni sono basati sull'individualismo, e io li considero piu' civilizzati del nostro. Si, anche con l'Iraq invaso come sta oggi. In qualche maniera sto parlando della gente e del popolo bue, non delle decisioni del governo che poi loro eleggono. Quello e' un livello piu' in alto, senza dubbio interessante, ma c'e' un salto netto, anche se legami strettissimi, tra la politica del ceto politico e la vita e cultura della gente. Ricordiamoci che alla prima elezione Bush perse numericamente le elezioni (di un milione di voti), ma le vinse grazie al parente in Florida e a un sistema di voto che non e' poi tanto democratico. Comunque sia. Che dopo Aznar venne Zapatero. La riuscita di una singola elezione in democrazia e' solo in parte specchio della societa', ci sono altri fattori che sporcano nell'immediato la relazione popolo-governo (sistemi di voto, parenti in Florida, bombe dell'Eta, ah no, di Alquaeda, fatti di cronaca etc).

Quindi non individualismo italiano, ma puro e semplice egoismo cieco, ecco cos'e'. Il singolo e' tanto nella merda, mediamente, che se ne sbatte delle ripercussioni delle sue azioni su quelli che gli stanno intorno. Ovviamente l'italiano cosi' non si rende conto che crea un circolo vizioso che aumenta la merda in cui si trova, solo in tempi piu' lunghi, dopo aver gioito dell'immediatezza dello sgamo che e' riuscito a mettere in pratica. Quanti esempi possiamo tutti noi tirare fuori, decine al giorno quasi. Saltare le code, fregare l'assicurazione, non pagare le tasse, superare la fila nella corsia di emergenza, passare col rosso, non rispettare mai i limiti di velocita', cercare l'amico dell'amico per risolvere un problema, quindi le raccomandazioni, e poco piu' in alto la corruzione e la concussione, e quindi l'appartenere a classi con potere, piu' o meno legittimo, per adoperarlo a proprio vantaggio, segue il raket, quindi essere il potente di turno, a cui la gente si riferisce come al santo, diventare finalmente l'amico dell'amico che sta al ministero, il cugino dell'amica chirurgo, la zia che lavora alle poste, come faccio a velocizzare la procedura? ma tu non conosci nessuno? Legarsi al clan locale fin da bambino per conoscere le persone giuste e prendere peso nella societa'.

Se cerchi l'amico dell'amico per risolvere il problema, allora e' ovvio che poi tutti, a partire dai piccoli, vogliono diventare quell'amico dell'amico. Se cerchi l'amico dell'amico, lui prende peso, potere, diventa un valore. Mentre e' lui il problema che ti relega nella merda in cui ti trovi. E' lui il solo a guadagnarci a lungo termine. Lo sgamo italiano si auto alimenta, nella merda si sta e per uscirne anche solo un minuto si e' pronti ad aggiungerne un pelo di piu' a tutti quelli che stanno intorno. Il fatto e' che facendolo tutti, solo gli amici degli amici riescono a tirare su la testa dal liquame e respirare un po', finche' qualcuno non li fa fuori, perche' quelli sono posti ambitissimi. E tutti gli altri giu', a cercare di respirare un minuto al mese.

Insomma, dal saltare una fila alla bomba di Capaci c'e' un filo conduttore che porta, dal basso verso l'alto, la linfa vitale a un virus che intacca l'essere umano come essere sociale. Soluzioni? Potremmo dire tutti allo stesso momento qualcosa come: ok, pronti? basta!. Perche' se smettiamo tutti allo stesso momento allora e' fatta. Mentre se uno alla volta cerchiamo di cambiare il sistema, allora semplicemente avremo, uno alla volta, begli esempi da raccontare, piccoli grandi santi o eroi che si sono immolati per lo Stato. E qualcuno, piu' o meno velatamente, pensera' "che fessi".

Quindi problema di difficile soluzione, quello di cambiare una dinamica globale dal basso. La singola pecora ha vita molto piu' facile a seguire la mandria, piuttosto che con le sue sole forze e carisma a convincere tutto il circondario. Bhe, Gandi c'e' riuscito pero'. Falcone e Borsellino non ancora. E' che in India all'epoca erano in un miliardo a essere stufi di essere sottomessi. In Italia ancora non c'e' la massa critica, e le elezioni lo dimostrano col loro risultato che per questo diventa tanto disarmante visto da questo mio punto di vista. Non voti Berlusconi se hai a cuore il cambiamento morale del tuo paese. Lo voti per altre ragioni, forse anche in parte comprensibili, come credo di aver capito leggendo blog di persone che politicamente stanno dall'altra parte. Ma non certo lo voti per qualcosa di altisonante come la cultura, la civilta', l'esempio morale. Non ti interessa avere le subrette al governo, meglio che un transessuale diranno. Quello che vuoi e' sicurezza, liberalismo, poco Stato e tanta liberta' di impresa, vuoi la meritocrazia, il "farsi da solo" come un valore da promuovere, dinamicita' nella societa' come nelle imprese. Questo per citare i valori dell'altra sponda che considero "comprensibili".

Ovviamente c'e' il leghista medio e becero, che al pari dei neri del Sud Africa di questi giorni, ragiona con la pancia, diciamo per essere gentili. E che porta quei valori alla destra italiana che sono semplicemente da condannare e censurare. Tutto il razzismo, la xenofobia e la violenza di cui noi italiani mediamente siamo ben forniti, pur non ammettendolo mai ("io non sono razzista ma i Rom.."), prendono il volo grazie ai fucili di Bossi, le sparate anti mussulmane di Calderoli e la loro secessione che nessuno prendeva sul serio, e che speriamo ancora rimangano come uno spauracchio senza seguito. Speriamo.

Pero' il lato comprensibile della destra italiana, quello si che deve essere analizzato a sinistra. Chi l'ha detto che la sicurezza, io direi meglio legalita', sia valore di destra? perche' la destra incarna piu' che la sinistra i valori di meritocrazia? Siamo sicuri che il puro "farsi da solo" sia da condannare? Non bisogna qui pensare a Berlusconi, dal quale il detto viene, ma al concetto pulito e mondato dal "farsi da solo chiedendo aiuto all'amico dell'amico, per poi ovviamente restituirgli il favore". Lo spirito d'impresa del singolo che prende rischi e ce la fa a mettere su qualcosa che poi e' utile a lui e alla societa', e' encomiabile, non ha nulla di sbagliato. O no? In un blog di destra ho letto qualcosa del tipo: "la sinistra pensa che il fare soldi sia intrinsecamente immorale". E forse il tipo aveva ragione. E forse il motivo per cui questa sensazione e' condivisa a sinistra e' che fare soldi nel nostro paese e' legato immediatamente all'illegalita'. Deve non essere cosi'. Diamine, le due cose sono ben separate, per esempio da questa parte dell'oceano, nei maledetti e benedetti States.

Credo che al di la di personali antipatie, molti elettori di destra avrebbero votato a sinistra se questa avesse abbracciato alcuni valori, che valori sono, di cui ingiustamente la destra si fa portatrice unica. Per prima cosa la parola e il concetto di sicurezza dovrebbe essere trasformato in legalita' e moralita'. La questione morale di antica memoria e' cara a moltissimi cittadini che vogliono la scomparsa delle varie caste. Moralita' e legalita' a tutti i livelli, che porta in prigione il rom ladro, l'italiano nazista, il casseur anarchico, il politico corrotto, e licenzia l'impiegato comunale assenteista. Non si puo' far derivare la sinistra verso l'idea di essere lassista, cosa che e' successa. Grave errore il lassismo verso la legalita'. Ovvio che pero' questo significa anche e soprattutto rispetto dei limiti di velocita', delle code, la scomparsa dell'amico dell'amico, la zia in posta che ti dice:"mi spiace ma non posso farti passare avanti", il professore che ti dice: "anche se hai lavorato qui 5 anni devi passare il concorso lo stesso come tutti i candidati e la copia dell'esame non te la posso dare che mi licenzierebbero", il ministro che ti dice: "mi spiace la casa non te la possiamo condonare".

E poi la valorizzazione dello spirito di impresa personale ci deve essere, una volta modellata questa valorizzazione comunque al fatto che l'opera che puo' e deve arricchire chi l'ha intrapresa (altrimenti non la intraprende) deve essere diretta al bene comune, creando dei posti di lavoro, e pagando le giuste tasse. Ma sei un giovane imprenditore con delle buone idee? porte aperte e incentivi di ogni tipo. Burocrazia al mimino, acceleratore al massimo. Questa non e' e non deve essere un'idea di destra. Una volta sistemato, pero' non dimenticarti che le porte ti sono state aperte e ti si e' aiutato al fine del bene comune, quindi paga le tasse fino all'ultimo centesimo. Sono troppe? Forse hai ragione, vediamo che fare. Se le paghiamo tutti scendono. E soprattutto sta attento che i tuoi lavoratori indossino il caschetto lassu' sui pontili. Altrimenti guai. E questo si che e' di sinistra. Ma comunque quello che hai fatto e' e sara' esempio per altri, un valore comune.

Non sto parlando per conoscenza specifica dei vari programmi elettorali etc, ma solo per senso delle cose come arrivano a me. Probabilmente vale solo per il mio limitatissimo sguardo. La sinistra insomma secondo me incarna, perche' ce l'ha nelle sue origini, un modo di vedere le cose molto piu' largamente condivisibile che la destra e i suoi valori. Deve, la sinistra, non farsi rubare spazio tra i valori cari ai cittadini. Deve prendere quelle richieste e togliere lo strato da "decisioni di pancia" che invece la destra cavalca e anzi spesso amplifica pericolosamente. Razionalizzare e trasformare quelle spinte del popolo bue che portano poi la destra a rappresentare una societa' regredita, immorale e violenta. La sicurezza che diventa legalita', il liberalismo che diventa impresa personale per la crescita comune. E quindi una sana meritocrazia. E meccanismi che premino la produttivita' e castighino il fancazzismo, specialmente dove la comunita' e' il datore di lavoro e l'assenteista si annida, alle poste come in parlamento ovviamente.

Ma non ci dobbiamo dimenticare che una tale rivoluzione di valori, rispetto a quelli che oggi sono sbandierati e che portano nani e ballerine in parlamento, non ci lascia incolumi, a noi che formiamo e siamo il popolo bue. La zia alle poste e' molto utile in fin dei conti. Mi ricordero' sempre e cerchero' mai di dimenticare quel ragazzo francese che ho conosciuto, disoccupato e anche parecchio fancazzista ma simpatico, a cui chiesi perche' non prendesse il sussidio di disoccupazione (eh si, saranno pure francesi, ma qualche passetto avanti a noi lo sono). Mi disse: "Non ne ho bisogno, i miei genitori mi possono aiutare senza troppi problemi". Rimasi a bocca aperta a emanare italianita', pensando a qualche nostro miliardario (esempio vero e conosciuto direttamente) iscritto alle liste di collocamento, con i suoi beni distribuiti a prestanome vari, per non pagare le tasse. Lui gira in Porche.

[ehi, se hai letto fino a qui lascia un commento allora!]

March 14, 2008

Il discorso mai pronunciato da Berlinguer (2)

Per ricordare i trent'anni dal sequestro di Moro, Miriam Mafai e' intervistata da Repubblica. E' una testimonianza molto interessante, perche' tra le molte cose ricordate da lei che era giornalista di Repubblica, e che si fiondo' in via Fani poco dopo l'attacco delle brigate rosse, c'e' qualcosa in relazione con quello discusso ne Il discorso mai pronunciato da Berlinguer. Un altro piccolo tassello e piccole conferme a quello che avevo scritto.

La Mafai era compagna di Pajetta, dirigente comunista a quei tempi, e racconta dell'umore del suo compagno nei giorni precedenti alla discussione in aula del governo Andreotti, che doveva nascere con l'appoggio (dice la Mafai che era stata richiesta l'astensione) dei comunisti. Gli umori "pessimi" di Pajetta venivano dalla scelta di Andreotti di inserire dei nomi non graditi (come Bisaglia e Stammati si dice) e non concordati coi comunisti, e di non accettare nessuno di quelli indicati; che non erano personaggi comunisti, ma solo ben visti dal PCI (come il rettore della Sapienza). Ci fu la sera prima della discussione, e del sequesrto Moro, una telefonata tra Pajetta e Andreotti, in cui il democristiano non cede al comunista e rilancia "domani quando sentirai il mio discorso in aula cambierai idea". Pajetta rispose "non verro' nemmeno in aula". Il senatore vedeva lontano.

Il giorno dopo in aula Pajetta purtroppo ci ando' e col fiatone, e il governo nacque in un batter d'occhio, con un appoggio mai piu' uguagliato nella storia della republica. Ora, penso si possa aggiungere quindi Pajetta tra i comunisti coi quali Berlinguer avrebbe avuto grandi difficolta' nel convincere a votare per quel governo (e forse anche di astenersi). Quindi la domanda iniziale "avrebbe Andreotti visto nascere il suo governo con quei nomi inseriti all'ultimo, senza il sequestro?" certo non ha risposta, ma prende sempre piu' senso.

E quindi, teoria del complotto? Chi c'era dietro al sequestro? Erano le brigate rosse dei burattini? Chi tirava le fila? Domande (ancora) senza risposta, certo. Forse pero' chiedersi se c'e' stato un complotto esterno ai brigatisti non e' la domanda giusta, o meglio non immediatamente quella che porta a soddisfazione delle viscere. Darebbe allo stesso tempo pace all'animo e adrenalina allo stomaco vendicativo avere il nome del soggetto o organizzazione che mosse nell'ombra e cambio' il destino del nostro povero paese. Non essendo questo possibile al momento, la Mafai mi suggerisce di vedere invece a chi poteva giovare quel finale cruento.

La lista e' lunga e anche sorprendente. Metto per motivi di simpatia personale al primo posto il senatore a vita, che perdura nel suo potere terreno: egli ebbe un riscontro immediato, poche ore, e un guadagno enorme (la fiducia totale del parlamento), seppur limitato nel tempo (quel suo governo duro' un anno). Che questo bastasse per renderlo complice di omicidio, lo puo' sapere solo la sua coscienza. Come lui, tutti gli anticomunisti italiani ebbero un guadagno: il PCI inizio' la sua discesa da quel momento esatto: non c'era piu' un valido interlocutore come Moro per traghettare i comunisti mangia bambini alle resposabilita' di governo, mai piu'. E quindi si passa ai servizi segreti, ma non solo italiani, certo. La CIA e' ovunque, e gli USA mai nascosero la pistola puntata verso l'italia comunista. Se non sbaglio, Andreotti stesso racconta che salutandosi prima delle elezioni con l'ambasciatore americano, quello lo saluto' dicendo qualcosa come: speriamo che alla prossima riunione ci sia tu e non un generale (erano quelli gli anni dei golpe in Cile: non suono' quella come una barzelletta berlusconiana da vergognarsi e poi dimenticare). E poi ci furono anche i servizi segreti israeliani, che gli stessi brigatisti ammisero cercarono di mettersi in contatto con loro, prendendosi un rifiuto secco.

Ma poi, l'asse Berlinguer Moro non era mal visto solo "da destra". La stessa URSS e il suo partito sovietico non avrebbero accettato di buon grado un governo con partecipazione comunista, come dice la Mafai. Il motivo era lo strappo di Berlinguer col monopartitismo assolutistico russo, che il presidente PCI ando' persino a Mosca a ribadire, facendo arrabbiare l'establishment sovietico.

Insomma, altri piccoli elementi in attesa della verita', se ne esiste una drammaticamente diversa da quella gia' nota.

January 27, 2008

Il discorso mai pronunciato da Berlinguer

Intro

Voglio raccontare qui un'avventura e una piccola ricerca, non ancora conclusa, nata per caso grazie all'amico Pippo, continuata grazie a informazioni e contraddizioni trovate in rete, da documenti importantissimi trovati dall'amico Tokkio, e addirittura tramite uno scambio di mail con un gentilissimo ex senatore della repubblica. Insomma un vero lavoro di squadra.

Si tratta delle persone e degli avvenimenti che resero il periodo attorno al 1978 in Italia fondamentale per tutto quello che succedesse nel seguito, e non solo nel nostro paese. E di un piccolo mistero che, anche se non si potra' mai risolvere, credo sia importante mettere in maggiore luce.

Come al solito, dichiaro la mia totale incompetenza in merito. Racconto quello che ho imparato in rete (perche' all'epoca non c'ero e nei corsi di Storia non ci si arriva) sopratutto per fissare le idee, e poi sperando che queste possano essere utili a qualche curioso la' fuori. Tutto qui.

Il 1978

Il rapimento di Aldo Moro il 16 marzo 1978 fu davvero un punto di svolta per il nostro povero paese. Per farla breve, cosa che tanto non mi riuscira', erano tempi, quelli, di crisi e insicurezza sia a livello nazionale che internazionale.

All'interno, il terrorismo delle brigate rosse imperava con violenza crescente, tanto da mettere in scacco con successo l'intera classe politica e la societa'. Basti pensare al processo di Torino del 1976 e alle intimidazioni che impedivano di trovare cittadini disposti a far parte della giuria popolare (e del coraggio dell'allora presidente dei Radicali, Adelaide Aglietta, che sorteggiata accetto' la responsabilita' e il rischio permettendo finalmente lo svolgersi del processo).

All'esterno guerra fredda, missili nucleari, spie transatlantiche, comunismo e capitalismo combattono apertamente.

Il PCI di Berlinguer stava diventando o era gia' diventato il piu' potente partito comunista in Europa, e anche se aveva preso le distanze dalla Russia e dal PCUS sovietico, rimaneva sempre un pericolo per tutti coloro i quali, in testa gli USA, stavano dalla parte opposta della cortina di ferro.

Il PCI, insomma, con le sue nette aperture democratiche e rotture col comunismo monopartitico sovietico (come successe a Mosca, "lo strappo", nel '76), era una ormai possibile e pericolosissima testa di ponte per le maledette idee rosse nell'occidente in cui l'alleanza atlantica voleva e doveva imperare sola e incontrastata. Un'Italia comunista, anche se comunista europea e illuminata democraticamente, era un pericolo troppo forte. Di questo gli USA non ne fecero mai segreto.

Berlinguer, Moro e Andreotti

Berlinguer e' l'attore principale di questa svolta in quegli anni. Dopo essere sfuggito a un attentato in Bulgaria, nel '73, ripresosi dalla convalescenza scrive degli articoli decisivi in cui delinea quello che passera' con il nome di compromesso storico. I comunisti di Berlinguer sono pronti all'apertura, al colloquio, e alla fine a governare con quella parte della societa' italiana cattolica piu' aperta, impersonata, all'interno della DC, da Aldo Moro.

DC che regnava da trent'anni incontrastata, con l'appoggio americano e ovviamente vaticano.

Moro diventa, all'interno delle mille e contrastanti correnti della DC, il naturale, per altezza di animo e intelletto aggiungerei, interlocutore di Berlinguer. E' lui il primo a parlare elegantemente ed non-euclideanamente di "convergenze parallele". Le correnti interne della DC fremevano. Andreotti, tra gli scranni della DC, sedeva sull'altra sponda, quella atlantica e vaticana. Cosa che non ha mai smesso di fare ad oggi, con cento pesanti anni di esperienza sulla schiena.

Siamo quindi all'inizio 1978, Andreotti e' primo ministro del suo terzo governo. E' il governo degli appoggi esterni, sopratutto da parte del PCI, fatti tramite non la fiducia ma l'astensione. Invenzione, questa, tutta italiana e vista dall'estero come una curiosita' colorita e stupefacente, alla stregua di un nuovo tipo di pizza.

Le elezioni, anticipate ovviamente, del '76 avevano dato al PCI l'apice del suo successo, pur di poco dietro alla DC, che pero' ormai non puo' piu' non fare i conti con i comunisti. A inizio anno '78 finalmente gli appoggi saltano, e il PCI e' sempre piu' in corsa verso una seria e completa presa di responsabilita'. Forse non ancora pronto per entrare nel governo con dei ministri, ma dell'entrata chiara nella maggioranza ormai e' tempo. La cosa implicava sacrifici e compromessi da entrambe le parti.

Ad Andreotti e' ancora dato il compito di formare un nuovo governo, a cui il PCI dovrebbe dare appoggio. Questi erano i patti a cui Moro e Berlinguer erano riusciti ad approdare.

Ovvio che in entrambi i partiti i malumori delle correnti interne rispetto all'apertura verso il nemico storico erano forti, speculari, e da guarire da parte dei due leader. Nella DC, la stessa scelta di Andreotti come presidente del consiglio incaricato, andava in quella direzione.

Quello che succede nei giorni precedenti il sequestro di Moro, e in quella stessa mattina, e' l'oggetto della mia curiosita'.

Andreotti, quindi, si appresta a guidare un governo, il suo quarto, cui il PCI dara' appoggio. Questa solidarieta' nazionale sara' l'unica via di uscita dalla crisi politica e sociale (fuori dal parlamento si muore di pallottole, si fanno scioperi e manifestazioni). Ma Andreotti evidentemente non era della stessa linea di Moro, e quella si rivelo' non essere la sola via di uscita possibile alla crisi.

In tale quadro, infatti, non si spiega bene la scelta di Andreotti di consegnare, dopo averla cambiata solo la sera prima della presentazione alle camere, una lista di ministri che suonava come una provocazione al PCI. La compagine presentava poche novita' rispetto a quella precedente e nessuna di quelle avanzate dal PCI. Aveva inoltre alcuni nomi (tra cui Bisaglia, Donat Cattin e Stammati e forse altri) invisi apertamente ai comunisti, perche' apertamente contrari all'apertura a sinistra della DC.

Andreotti non era nuovo a questi colpi sulle costole. All'inizio del suo precedente governo (il terzo), nell'agosto del 1977, fuggiva da un ospedale militare di Roma H.Kappler, criminale di guerra responsabile della strage alle fosse ardeatine. Il PCI chiede le dimissioni del ministro della giustizia Vito Lattanzio. La mossa stupefacente del governo dopo le dimissioni del ministro e' di mettere al suo posto Attilio Ruffini, che era ministro dei trasporti e, ad interim, della marina mercantile, e di assegnare questi due ministeri allo stesso Lattanzio. Perdi uno, prendi due.

Quindi, tornando al '78, Andreotti presenta una lista cambiata in una notte e invisa a quella parte di parlamento cui Moro aveva aperto e che avrebbe dovuto dargli l'appoggio decisivo. Non sembra da questo punto di vista la migliore strategia per concludere la crisi che esagitava il paese da tempo.

Il discorso che berlinguer non pronuncio'

Berlinguer, dopo aver visionato questa lista dei ministri, presentata l'11 marzo 1978 da Andreotti, inizia a scrivere il discorso che avrebbe poi pronunciato il 16 marzo, giorno in cui Andreotti avrebbe fatto la presentazione ufficiale del governo, e in cui l'aula avrebbe discusso e poi votato la fiducia.

Quel discorso non fu mai pronunciato. La mattina stessa della discussione in aula, il 16 marzo, Moro viene rapito, gli uomini della scorta massacrati, e con lui le brigate rosse si portano via per sempre le speranze del PCI di entrare attivamente nelle responsabilita' di governo del nostro povero paese.

La direzione del PCI, come di tutti i partiti, e' sconvolta. Tutta l'agenda politica della giornata e' stravolta. Il PCI stesso chiede di tagliare i tempi alla camera, in modo da votare immediatamente la fiducia al nuovo governo, per dare pieni e immediati poteri allo Stato in quel momento di tragica emergenza. Come si sa, la cosa non servira' a nulla. Moro verra' ucciso e il suo corpo fatto ritrovare in un posto che simboleggia la sua colpa di aver voluto avvicinare DC e PCI, comunismo e capitalismo, USA e URSS, diavoli e santi.

Quello che mi pareva interessante di questa storia e' quel voltafaccia di Andreotti neo-primo ministro al PCI, poche ore prima di chiedergli la fiducia, cioe' poche ore prima di chiedergli il permesso di nascere. Il sequestro, poi, cambia tutto, il governo in poche ore incassa la fiducia. Col senno di poi quella di Andreotti fu una mossa, forse rischiosa, ma vincente. I suoi uomini ai posti giusti, nessuna apertura al PCI, da questo nessuna opposizione, anzi un appoggio incondizionato. Il sequestro fu un deus ex machina, l'entrata vera del PCI nelle responsabilita' di governo era, per Berlinguer, posticipata, ma in verita' era semplicemente morta.

Berlinguer pronuncera' alla camera un altro discorso, scritto in fretta e furia da solo mentre la direzione del partito era riunita per decidere cosa fare in quella tragica mattinata.

Entrambi i discorsi, quello pronunciato e quello non pronunciato, sono estremamente belli ed eleganti. Quello pronunciato lo si trova facilmente in rete, mentre quello cancellato purtroppo no. Ovviamente l'accento cadeva, nel discorso alla camera, sul sequestro e su come lo stato doveva reagire unito, coerente e deciso (il PCI fu sempre contro la linea di dialogo coi terroristi, nella sua premura a distaccarsi nettamente coi "compagni" armati). Scegliendo di fornire appoggio al governo vista la situazione, non lasciava cadere pero', Berlinguer, la maniera in cui quel governo stava per essere messo in piedi. Parlando dell'entrata del PCI nella maggioranza disse:

"[...]Per noi comunisti tale soluzione politica e' chiara ed e' positiva per il Paese. Essa si compendia nel fatto che, in luogo di una divisione e di uno scontro tra le forze politiche fondamentali ha prevalso sia pure faticosamente e in modo non pienamente adeguato alla situazione, la linea della solidarieta', della corresponsabilita' e della collaborazione. Che ha trovato espressione nella costituzione di una chiara ed esplicita maggioranza parlamentare, qualitativamente diversa da quelle succedutesi da trent'anni a questa parte, in quanto tra i cinque partiti che la compongono figura finalmente anche il PCI... L'opposizione della DC ha impedito che la crisi si concludesse con la costituzione di un Governo di unita' nazionale e democratica, del quale facesse parte anche il PCI. Non si e' raggiunta cioe' la soluzione che noi abbiamo considerato e consideriamo la piu' adeguata per soddisfare le esigenze del paese. Si e' costituito invece un governo che, per il modo in cui e' stato composto, ha suscitato e suscita, come e' noto (ma io non voglio insistere in questo particolare momento su questo punto), una nostra severa critica e seri interrogativi e riserve. E, tuttavia, nella forma in cui ha trovato espressione la solidarieta' tra cinque partiti democratici e popolari, c'e' la novita' costituita dal nostro ingresso, chiaro ed esplicito, nella maggioranza parlamentare. Non ci sono dubbi possibili sulla rilevanza politica di questo fatto: ed e' per questo fatto nuovo che la crisi governativa teste' conclusa avra' un suo posto e potra' essere ricordata nella storia politica e parlamentare del nostro paese."

Il dubbio

Quindi fiducia fu. Ma un tarlo rovina le orecchie dei curiosi e dei malati di ipotesi irrealizzabili:

Cosa sarebbe successo se Moro non fosse stato rapito?
Avrebbe il PCI dato la fiducia a quel governo cosi' composto (o imposto)?

La risposta esisterebbe se la direzione del PCI avesse preso una decisione ufficiale prima della discussione in aula quella mattina. La cosa purtroppo non si e' verificata. E' prassi quella di prendere decisioni importanti solo dopo aver ascoltato da una parte la presentazione del presidente del consiglio incaricato, dall'altra la discussione in aula che ne segue. E quindi anche terminare discorsi solo abbozzati, in cui mancano le conclusioni.

Tale e' il discorso non pronunciato da Berlinguer quella mattina, incompleto della parte rilevante sulla dichiarazione di fiducia o meno a quel governo. Peccato.

Documenti

Andando allora difficilmente a scovare quello che ricordano i presenti all'epoca, trovo che Giorgio Frasca Pollara da' come "incertissime le conseguenze" agli "ultimi ma non concordati" ritocchi della lista dei ministri di Andreotti, "Inevitabile e sacrosanta l'irritazione di Berlinguer e Natta", anche se la decisione finale sarebbe stata presa dal PCI solo dopo l'esposizione programmatica di Andreotti. Pur essendoci "opinioni diverse, contrastanti" all'interno del PCI, se la situazione non fosse precipitata con il sequestro di Moro, egli pensa "che il PCI avrebbe preso cappello" e non sarebbe entrato nella maggioranza.

Oppure in un intervista, Pietro Ingrao racconta che quello era un "Un governo nei confronti del quale il PCI, dopo un'estenuante trattativa condotta sino all'alba di quel 16 marzo, aveva forti riserve a causa della presenza di alcuni esponenti DC come Antonio Bisaglia, Gaetano Stammati e Antonio Gava."

Tutta questa storia per me nasce, come mi capita sempre piu' spesso, da wikipedia. E da una differenza, quasi una contraddizione, a due voci diverse su persone molto diverse: Berlinguer e Andreotti. La gente che scrive su wikipedia.it alla voce Berlinguer sembra avere le idee chiare:

"Nasceva, questo governo, con alcuni membri assolutamente sgraditi al PCI, come Antonio Bisaglia e Gaetano Stammati, la cui inclusione nella compagine ministeriale era stata operata da Andreotti giusto la notte precedente la presentazione alle Camere; insieme con Alessandro Natta, capogruppo alla Camera, Berlinguer dovette percio' sveltamente decidere di ritirare l'appoggio al governo, rinunciando alla partecipazione del PCI alla maggioranza. La stessa mattina del 16 marzo, giorno previsto per la presentazione parlamentare del governo tanto faticosamente messo insieme, e ad accordi appena infranti, Moro fu rapito (e sarebbe poi stato ucciso) dalle Brigate Rosse. Berlinguer intui' immediatamente la "calcolata determinazione" di un attacco che pareva studiato per mandare a pallino tutto il lavoro occorso per raggiungere la solidarieta' nazionale e propose di concedere a questo pur non accetto governo la fiducia nel piu' breve tempo possibile, per potergli assicurare pienezza di funzioni in un momento cruciale della democrazia italiana. La fiducia fu dunque data, ma non senza che Berlinguer precisasse per bene che l'espediente di Andreotti, che suonava di repentina modifica unilaterale di accordi lungamente elaborati, era stato soltanto "superato dagli eventi", la questione non era in realta' affatto chiusa, solo rinviata. Se Moro non fosse stato rapito, il PCI avrebbe dato battaglia ad Andreotti, ma "sia pure faticosamente e in modo non pienamente adeguato alla situazione", gli fu risparmiato."

Purtroppo pero' non vengono fornite fonti. Male per quanto mi riguarda e per la politica di wikipedia.

Alla voce di wikipedia.it su Andreotti invece il tutto viene passato in poche righe:

"Questo governo [Andreotti III] cadde pero' nel gennaio del 1978. Pochi giorni prima del suo sequestro, Aldo Moro spinse alla creazione di un nuovo esecutivo, presieduto sempre da Andreotti, un monocolore DC: stavolta il sostegno parlamentare di tutti i partiti (ad eccezione del Movimento Sociale Italiano) si espresse con il voto favorevole alla fiducia, contrattata gia' prima del sequestro ma riconfermata con rafforzata decisione per fronteggiare il delicato periodo che l'Italia viveva, con il sequestro da parte delle Brigate Rosse, di Aldo Moro. Era la solidarieta' nazionale."

Questa disparita' tra le due voci mi ha spinto a cercare meglio, ma purtroppo la conclusione e' che, non essendoci stata una presa di posizione ufficiale del PCI prima del sequestro, come era ragionevole, il PCI ufficialmente non cambio' mai idea e ingoio' la lista di Andreotti come un brutto rospo.

La risposta poteva stare nel bellissimo discorso non pronunciato da Berlinguer, ma chiaramente non e' da lui stato scritto. Molto spazio viene dedicato a cercare di capire cosa stava dietro quel muro di ostilita' che le correnti DC alzavano contro il nemico rosso. Un'analisi di psicologia politica e un attacco al cuore dell'avversario che si riteneva, a torto, il solo detentore dei valori democratici:

"Come mai, pero' -dobbiamo pur domandarcelo-, la democrazia cristiana, questo partito che ha la maggioranza relativa che riceve il suffragio dal 39 per cento degli elettori, che ha, quindi, un mandato cosi' ampio di rappresentanza dei cittadini italiani, ha un concetto e una posizione cosi' ristretta della emergenza e della maggioranza parlamentare?
Non e' nostro interesse ne' abitudine entrare nelle cose interne della vita di altri partiti, anche se altri partiti amano invece immischiarsi nelle nostre per ricavarne considerazioni a vanvera e deduzioni di comodo. Ma riteniamo legittima la domanda che ci siamo posti e chiediamo al partito democristiano di verificare -e naturalmente anche di contestare- la risposta che noi vogliamo darle.
La DC ha una concezione cosi' limitata dell'emergenza e una posizione cosi' angusta e limitativa della maggioranza parlamentare in definitiva per una ragione: perche' ha paura. Ha paura di avere con noi, qui in parlamento, di fronte al paese e dentro il paese, proprio quel confronto libero e aperto, pienamente e concretamente politico su ogni terreno, per ogni questione e senza limitazione di durata nel tempo, che essa pur proclama essere la sua linea."

La condotta della DC in quel momento di crisi ed emergenza viene paragonata indimenticabilmente a uno dei piu' tipici caratteri e personaggi italiani:

"Un grande romanziere cattolico del secolo scorso, molto attento e molto impegnato nella vita civile, che non voleva pero' una politica cristiana ma voleva solo che la politica, anche per il concorso dei cristiani, fosse all'altezza dei suoi tempi - dico il Manzoni, che non era un integralista ante litteram ma un cavouriano - ebbe a usare una mirabile litote per descrivere il carattere di Don Abbondio: disse che non aveva un cuor di leone e che uno se il coraggio non ce l'ha non se lo puo' dare. E invece noi invitiamo pressantemente la democrazia cristiana a fare ogni sforzo per darselo il coraggio che occorre, altrimenti noi non possiamo non denunciare la sua precisa responsabilita' di fronte al Paese poiche' con la sua condotta priva di coraggio essa indebolisce la solidita' di quel quadro politico che e' il solo a consentire di uscire dall'emergenza. In conclusione la democrazia cristiana ha preferito la sua unita' di partito all'unita' del Paese, il consenso unanime di tutte le sue interne componenti al consenso del popolo italiano, ha scelto la salvezza sua, non quella della nazione."

A tratti Berlinguer sottolinea l'importanza dell'entrata del PCI nella maggioranza, ma nell'ultima parte scrive:

"Il primo e piu' evidente prezzo fatto pagare [dalla DC] al Paese per salvaguardare la propria unita' interna e' stata la composizione del governo. Un governo che non si puo' non definire, per il modo in cui e' stato formato e in alcuni suoi uomini, come un governo non solo vecchio ma privo del necessario prestigio, della necessaria unita', del necessario grado di competenze. Questo risultato che ha sollevato e continua a sollevare tante piu' che giustificate critiche e' dovuto forse alla responsabilita' diretta del presidente del consiglio. Io non credo che debba imputarsi all'onorevole Andreotti la colpa di averci presentato una simile galleria di personaggi. E' da imputarsi piuttosto a quel concetto e a quel costume in base ai quali il partito democristiano si e' mosso finora per imporre la propria unita', la quale piu' che da una linea politica complessiva e unitaria viene garantita solo attraverso la soddisfazione di tutte le pretese di ogni suo gruppo e corrente.[...] Cio' che rimproveriamo al gruppo dirigente democristiano e' la mancanza di un criterio e di uno stile tali che pur tenendo conto della realta' delle correnti, avessero evitato la riconferma in certi dicasteri delicati e dissestati di uomini che non hanno fatto buona prova come ministri della repubblica e che percio' non danno al paese la garanzia di fare tutto quello che occorre per uscire dalla crisi, ma anzi fanno solo crescere i timori che dal male si passi al peggio."

In conclusione

Insomma, alla domanda che mi attanagliava non si puo' dare putroppo altra risposta che: il PCI ufficialmente non ritiro' mai l'appoggio a quel governo, anche dopo la pubblicazione della lista dei ministri. Comunque e' evidente che, se non fosse stato rapito Moro, la battaglia ci sarebbe stata, prima interna ai partiti per far comune una linea di pensiero, poi pubblicamente in aula. Cosa sarebbe successo senza il sequestro, rimane comuque nell'alone del mistero. Pero' quello che mi premeva era mettere in luce le dinamiche, le scelte e quindi le responsabilita' dei protagonisti di quei giorni. Perche', alcuni tra loro, rimasero protagonisti con le stesse dinamiche, scelte e responsabilita' per decenni, fino ad oggi.

REF.
Wikipedia.it: Enrico Berlinguer
Wikipedia.it: Giulio Andreotti
Wikipedia.it: Aldo Moro
brigaterosse.org
Metaforum: Berlinguer
- Il Discorso di Berlinguer pronunciato alla camera il 16 Marzo 1978
- La bozza di discorso alla camera di Berlinguer, non pronunciato il 16 Marzo, appartiene alla Fondazione Gramsci, ed e' stato pubblicato dalla Camera nel libro: Discorsi parlamentari di Enrico Berlinguer, Presentazione di W. Veltroni, introduzione di D. Sassoon; a cura di M.L. Righi. 2001, pp. L-406, Euro 28,40 (DP02800)

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