November 18, 2007

Quanta Realta' ?

0.0 Premessa

Scrivere un post e' per me cercare di mettere in chiaro cose che ancora non lo sono ma ho la speranza che lo diventino mentre le righe avanzano. Lo faccio per me, e poi magari se una volta chiarite a me, lo possono essere anche per altri, allora c'e' una sorta di nuova soddisfazione, e magari ci si guadagna in piu' persone. Quello su cui mi sto imbattendo nei ritagli di tempo in sto momento, sono degli indizi che trovo in giro, nel mondo chiamato scienza, che sembrano tutti dirci che il mondo in cui viviamo non e' detto che sia cosi' come ci sembra. E' un filo che lega la percezione dei colori a teorie di biologia (Francisco Varela) o antropologia che arrivano ai sistemi dinamici (Gregory Bateson), per esempio. Il tutto sembra dirci che la percezione e l'esperienza del mondo che abbiamo quotidianamente, non e' cosa cosi' salda come pare, oggettiva e universale. Ma in verita' completamente dipendente da noi, osservatori e allo stesso tempo attori dello spettacolo a teatro. Ma non parlo di personalita' o carattere, e non di situazioni sociali, cioe' non solo. Ma di cose molto piu' elementari e considerate oggettive, su cui poi ci si costruisce tutto, tra cui la propria personalita' per esempio, che pero' e' piani e piani piu' in alto. La scienza mina le nostre fondamenta elementari, questo e' quello di cui volevo parlare qui. Nel senso che quando va a vedere di cosa il tutto e' fatto (gli atomi, gli elettroni e le particelle elementari che formano tutto e tutti) la realta' a cui siamo abituati e soprattutto la logica che ne consegue, si sgretolano, non valgono piu'. Pero' invece di sgretolare e lasciare il deserto, e' come se abbattesse un muro, la realta' e la concezione che ne abbiamo diventa piu' ampia, lo sguardo capisce che prima c'era un ostacolo. In verita' questo magari succedera' tra generazioni. Per ora noi, io almeno, rimaniamo come increduli davanti a una magia, tornandocene al nostro piatto di spaghetti e pensando a che fare nel week end, se non piove.

La cosa e' parecchio tecnica, lo ammetto, ma spero possa attirare curiosita', sopratutto nelle sue stranezze che se riportate alla nostra dimensione, diventano magia pura.

1.0 Strana realta' quantistica

Fin dall'universita' un piccolo tarlo mi rodeva la gia' bacata testolina, dopo finalmente aver studiato nei primissimi dettagli quella che e' un po' lo stereotipo della fisica difficile che nessuno mai puo' capire. Sempre c'era un'aurea di riverenza verso questa meccanica quantistica, teoria strana e difficile, che sembrava avere implicazioni che uscivano dalle pagine piene di equazioni di libri costosissimi e ovviamente fotocopiati. La matematica li dentro, per uno studente del terzo anno, non e' poi cosi' impossibile, tutti lo ammettevano. Ma allora cosa c'era di strano in quella teoria nata solo cent'anni fa, in un periodo in cui la densita' di geni in terra (ci sono tutti nella foto alla conferenza di Solvay del 1927) fu qualcosa di mai piu' visto? Tra l'altro, per un fisico, quella foto rappresenta il pantheon delle divinita' dei libri sacri (tra cui: Ehrenfest, Herzen, Schroedinger, Pauli, Heisenberg, Brillouin, Debye, Bragg, Dirac, Compton, de Broglie, Born, Bohr, Planck, Curie, Lorentz, Einstein, Langevin), e sembra quasi strano vederli li in carne ossa e cappello in mano, piuttosto umani (o insomma, quasi). Eccezionale lo sguardo fiero di madame Curie (che sembra un po' mia nonna), unica donna in un periodo in cui non doveva essere facile avere la gonna ed essere intelligente e caparbia.

Comunque, la teoria che quella gente formulo' in quegli anni, toglie da sotto i piedi la terra di chiunque si metta a leggerne i contenuti e le implicazioni, e non per niente Einstein sembra davvero aggrapparsi alla sedia ed essere quasi stordito nella foto. Einstein all'epoca era gia' stato incoronato dai suoi pari e dall'opinione pubblica. Pero' il suo mondo era ancorato al passato, per cosi' dire. Mai riusci' ad accettare la meccanica quantistica come qualcosa di completo e privo di buchi. Non ci credeva insomma. Da li' viene il suo detto Dio non gioca a dadi, per indicare la sua sfiducia alla teoria che stava nascendo e stava descrivendo la realta' su nuove basi probabilistiche.

Si puo' dire che Eistein incarna il realista che e' in tutti noi, che e' qualcosa di abbastanza sensato, almeno prima del 1920. Oggi chissa'. Realista in questo caso non ha nulla a che vedere coi re, ma significa credere che esista una realta' la fuori, oggettiva, che possa essere osservata, misurata, che sia regolata deterministicamente da regole nascoste si, ma con sforzo raggiungibili dall'intelletto umano. Questo sforzo si chiama scienza, e in effetti di cose da Galileo alla luna al genoma umano, e' riuscita capirne (e usarne).

Alla base della scienza moderna, fino all'arrivo della meccanica quantistica, ci sono sempre stati quindi i seguenti presupposti, riassunti nel termine un po' spaventoso di realismo locale, caro ad Einstein. In pratica:

  • Realismo: tutti gli oggetti hanno delle caratteristiche proprie pre-esistenti a qualunque osservazione, o misura, che poi noi possiamo fare, e che poi l'osservazione potra' mettere in evidenza. Un cubo rosso e' un cubo rosso prima ancora che io lo guardi, e se decido di misurarne la forma poi trovero' che e' cubica, se decido di osservarne il colore, vedro' che e' rosso, rimanendo lui un cubo. Einstein diceva come esempio che la luna e' lassu' anche quando nessuno la sta guardando. Insomma, una separazione netta tra soggetto e oggetto, la realta' la fuori non dipende da me che la guardo.
  • Localita' (per cui il realismo e' locale): locale in fisica o in matematica vuol dire sempre qualcosa di vicino. Qui ha a che vedere con le cause e i loro effetti. Una causa in generale puo' avere effetti solo dove lei si trova e non altrove, almeno prima di un certo tempo. Dopo la relativita' di Einstein, che ha come ipotesi che nulla viaggia piu' veloce della luce nel vuoto, si puo' dire che una causa in un punto dello spazio non puo' avere un effetto in un altro punto dello spazio almeno prima che la luce arrivi dal punto in cui sta la causa al punto in cui sta l'effetto. Se batto le mani, senti il rumore dopo che il suono, molto piu lento della luce, arriva dalle mie mani al tuo orecchio. Se accendo un cerino, vedi la luce della fiamma dopo un tempo un poco piu' lungo (perche' c'e' l'aria di mezzo) di quello impiegato dalla luce per arrivare dal cerino all'occhio. Nulla arriva piu' veloce della luce, non un effetto dopo la sua causa, e ovviamente non prima.
  • Determinismo: ci sono delle regole alla base degli eventi, per quanto complicate possano essere.

Quindi nella scienza classica, lo scienziato, cioe' l'uomo, osserva una realta' che e' li' indipendendemente da lui, deterministica, che ha le sue proprieta' prima di essere osservata, e in cui la relazione causa-effetto si propaga al massimo alla velocita' della luce, ma non di piu'. La meccanica quantistica mina queste certezze, e le mina sopratutto perche' in quasi cent'anni nessuno e' ancora riuscito a fare un esperimento che mostri che la teoria non funzioni. Anzi, per ora tutti gli esperimenti fatti indicano che e' tutto giusto, e che quei capisaldi della scienza classica forse non sono troppo saldi. Sembra proprio che Einstein non avesse ragione. Mi spiego, spero.

Gli oggetti matematici che la meccanica quantistica gestisce (sono chiamate funzioni d'onda) non sono oggetti come la massa o il peso (oggetti della scienza classica), definiti chiaramente con un numero, ma sono sempre legati a una certa probabilita' di trovare una certa quantita' quando si fa un'osservazione. Non c'e' piu' determinismo stretto, ma solo probabilita' di avere un certo risulato, e questo dopo aver osservato. L'osservazione diventa fondamentale: solo dopo essa l'oggetto davvero prende quel valore per quella quantita' che volevo misurare. Prima semplicemente non ce l'aveva, o meglio aveva una probabilita' di avere quella come altre. E tutte le evidenze sperimentali indicano che la probabilita' non e' dovuta, come voleva Einstein, a una nostra ignoranza sull'oggetto, ma quella di non avere una proprieta' completamente definita sarebbe davvero la nuova realta' dell'oggetto prima di essere osservato. La nuova realta', rispetto a quella della scienza classica pre-quantistica, almeno per gli oggetti come elettroni, fotoni, atomi, e' fatta da oggetti che sono come pluripotenziali, e solo la nostra osservazione li fa collassare (si usa proprio questo verbo) da un mondo di indeterminatezza e pura probabilita' alla realta' che vediamo coi nostri occhi e con i nostri strumenti di misura.

Questo uso della probabilita', che puo' in effetti essere scambiato come ignoranza nostra della cosa com'e' in verita', si vede oltretutto in alcune quantita' fondamentali, come la posizione di un oggeto o la sua velocita', che sono complementari: o sai una o sai l'altra, oppure, se vuoi entrambe, le puoi avere solo fino a un certo grado di precisione, cioe' con una certa probabilita', che non dipende dall'accuratezza del tuo strumento di misura. E' il principio di indeterminazione di Heisemberg (il terzo in alto a destra che guarda convinto, per nulla indeciso, la camera).

2.0 Tre esempi per confondere di piu'

E' tutto molto fumoso, lo so, se non si e' mai entrati nei dettagli. Ma i dettagli esistono e sono a disposizione di tutti i curiosi con tempo a disposizione, questo e' importante da sapere. Provo a raccontare tre cose, tre esperimenti di meccanica quantistica che colpiscono perche' vanno diritte al cuore del problema: che diavolo di realta' e' questa qui?

2.1 Stern-Gerlach

All'inizio del secolo gia' si conoscevano particelle come elettroni, ma ancora non era chiara la loro natura (forse nemmeno oggi a dirla tutta). Se si pensava classicamente (= scienza prima della quantistica), tali oggetti (fotoni, atomi, elettroni, protoni..) potevano essere delle piccole sferette. Quello che si sapeva era che se mai avessero girato su se stesse, avrebbero avuto un momento angolare (come una piccola freccia che le attraversa, un vettore). Stern e Gerlach nel 1922 pensarono e costruirono un marchingegno, basato su un campo magnetico non uniforme, che avrebbe potuto distinguere i vari momenti angolari delle particelle sparate in forma di raggio da un forno, misurandoli lungo una direzione scelta a priori (come nella figura). Quello che ci si aspettava sarebbe successo, secondo la fisica classica, era che delle sferette che uscivano da un forno avrebbero avuto il loro momento angolare orientato nello spazio in modo completamente casuale. In soldoni, il marchingegno poteva deviare verticalmente le particelle dalla loro corsa orizzontale, proporzionalmente all'angolo del loro momento con la direzione del raggio. Se la fisica classica tenesse (quindi sferette, quindi direzioni casuali dei momenti all'uscita del forno), all'uscita del marchingegno si sarebbe visto il raggio di particelle allargato verticalmente in maniera omogenea: tutti i possibili momenti (i vettori, le freccie) in entrata, e quindi tutte le deviazioni in uscita, sarebbero state presenti.

E invece no (altrimenti non avrei usato con difficolta' tutti questi condizionali passati). Solo due direzioni, due deviazioni del raggio, furono osservate (e lo sono tutt'oggi). La teoria spiega: le particelle e' come se ruotassero, ma in verita' non lo fanno. Il momento angolare c'e' ma e' invece una proprieta' intrinseca, difficile se non impossibile da visualizzare, chiamata spin. Lo spin in una direzione data puo' avere solo due componenti, in alto o in basso (positivo o negativo).

Quindi, e ora viene il bello, almeno credo, questo marchingegno sembra poter separare le due diverse componenti di questo spin. Quindi mettiamo due o piu' marchingegni uno dopo l'altro, come nella figura (da Wikipedia).

  • Nel caso in alto prima viene separato lo spin lungo la direzione z. Da li' quindi si prendono solo le particelle che hanno spin lungo z positivo (le altre si bloccano) e le si infilano ancora in un simile apparato che, allineato ancora lungo z, discrimina lo spin lungo z. Ovviamente si vedranno all'uscita del secondo solo quelle con spin positivo. Nulla di strano, quelle entravano, quelle uscivano.
  • Nel secondo caso, quelle con spin positivo lungo z in uscita dal primo, vengono mandate in un apparato che questa volta discrimina lo spin lungo la direzione x (perpendicolare a z). All'uscita del secondo marchingegno si avranno entrambe le componenti positive e negative lungo x. Qui sembra di poter dire: quelle particelle che avevano z+ (spin positivo lungo z) possono avere spin + oppure - lungo un'altra direzione (x). E invece no.
  • Andiamo allora al terzo, dove ci sono tre marchingegni in fila. Il primo "seleziona" solo le particelle con z+, il secondo, tra queste, quelle con x+, e il terzo infine di nuovo misura lungo z. Cioe', il terzo misura lungo z le particelle che gia' sono state "selezionate" avere z+ (e x+), quindi uno si aspetta che all'uscita del terzo marchingegno ci siano solo particelle con z+. E invece no. Se ne trovano con spin positivo e negativo, equamente distribuite (z+ e z- al cinquanta per cento). Il fatto di passare per il secondo apparato e' come se cancellasse la proprieta' delle particelle di avere spin positivo in verticale (z+), per tornare ad averne sia positivo che negativo. La conclusione e': una singola particella non puo' avere allo stesso tempo un valore definito sia per lo spin lungo z sia lungo x. In termini matematici, non puo' essere contemporaneamente in un autostato degli operatori di spin x e z, Sx Sz. Sono due proprieta' che non possono coesistere, se guardo l'una perdo la determinazione dell'altra.

Classicamente e macroscopicamente il terzo esperimento sarebbe circa cosi': avere il nostro cubo rosso in una scatola chiusa (le particelle dal forno) e decidere di capire che forma ha. Quindi toccarlo a occhi chiusi, e capire che e' cubico (il primo marchingegno). Poi allora decidere di vedere che colore ha, e quindi vederne solo un pezzettino da un buchino della scatola (per non vedere la forma), e capire che e' rosso (il secondo marchingegno). Poi decidere di toccarlo nuovamente (il terzo marchingegno), per capire meglio la forma, e avere la sorpresa di trovarlo sferico cinquanta volte su cento che proviamo! La cosa e' talmente lontana dalla realta' di tutti i giorni, quanto confermata ormai da quasi 90 anni di esperimenti!

Dov'e' il trucco? Non lo si sa, questa e' la verita'. Anzi, sembra che trucco non ci sia, che la realta' sia proprio quella. Ovviamente quello che piu' colpisce e' la magia del cubo rosso, oggetto "grande", macroscopico, che puo' essere toccato, piu' di questa strana proprieta' di avere spin positivo o negativo lungo due direzioni. Qui il trucco c'e', e sta negli oggetti in questione. Per ora l'incredibile esperimento funziona solo con oggetti microscopici (anzi, meno che micro- forse atto-scopici sarebbe meglio). Un cubo rosso e' formato da miliardi e miliardi di atomi ed elettroni. Quando un tale enorme numero di particelle quantistiche entra in contatto, sembra che le regole cambino, e che in effetti la realta' di cui facciamo esperienza noi quotidianamente si dimentichi delle sue proprieta' quantistiche. Qui si entra in un campo di cui non posso dire molto, governato dalla cosi' detta decoerenza quantistica. Ma sorvolo. Comunque sia la magia c'e' e lo stupore rimane perche' comunque noi stessi siamo fatti di quella materia che presa singolarmente si comporta in maniera cosi' misteriosa.

2.2 Entanglement

Che nulla possa propagarsi piu' veloce della luce, e' cosa davvero assodata nella nostra fisica di oggi. E' un credo che difficilmente alcun scienziato vorra' ormai abbandonare. In effetti non so bene il perche' di tanta devozione, essendo un'ipotesi che regge a ogni prova sperimentale da solo un centinaio d'anni. Ne va forse della nostra concezione di tempo, che dipende da questa costante universale, la velocita' della luce. Comunque cosi' e'. Nulla piu' veloce della luce.

E' ironico che fu proprio Einstein nel 1935, con Podolsky e Rosen, in un articolo ormai leggendario e in testa a tutte le classifiche di citazioni avute, a proporre un esperimento mentale che, nelle intenzioni, voleva dimostrare come la meccanica quantistica non fosse una teoria completa, e che invece nella pratica, quando l'esperimento fu fatto, si dimostro' essere al contrario una conferma delle idee pazze della teoria. Vediamo.

Una particella con spin totale zero, puo' scoppiare, decadere, e dividersi in due particelle che volano in direzioni opposte. Lo spin totale pero' non puo' cambiare (conservazione del momento angolare), quindi le due nuove particelle dovranno avere lo spin opposto, positivo una e negativo l'altra. Quale delle due avra' spin positivo o negativo, e' lasciato al caso. Lungo la loro linea di volo si mettono due apparati di Strern e Gerlach, chiamiamoli A e B, in modo da misurare lo spin delle due particelle lungo una direzione precisa, quando sono ormai ben lontane una dall'altra. Le due particelle, siccome vengono da una sola particella scissa in due, sono in verita' un solo sistema, descritto da un'unica funzione d'onda, una sola funzione che intreccia, intrica (entanglement), unisce, due particelle che ormai sono ben distinte e lontane. Questa funzione formalizza quello gia' detto: se una ha spin +, l'altra deve avere spin -. Quello che sbalordisce, e mi c'e' voluto un po' a capire perche' sbalordisce, e' che se l'apparato A misura lo spin lungo z e trova +, allora istantaneamente la particella che vola verso B avra', anche prima di essere misurata, spin z -, e viceversa. Siccome le due particelle sono un unico sistema, la misura di una istantaneamente (piu' velocemente della luce) definisce l'altra, anche se tra le due ci sono anni luce di distanza.

Qui il problema e' che, almeno per me vale, si e' spinti a ragionare in termini classici, e non si trova nulla di strano: ho una pallina nera e una bianca, le prendo a caso ognuna in una mano senza guardare, le separo e poi guardo quella nella mano destra. Se vedo che e' nera, magia, quella nella mano sinistra sara' determinata piu' velocemente della luce e sara' bianca. Questo e' il modo di ragionare realista, caro ad Einstein, per cui la teoria sarebbe semplicemente incompleta, e noi ignoranti in qualcosa, ma gli oggetti sempre devono avere le loro proprieta' definite, indipendendemente da noi che osserviamo o no. E invece no.

Il problema e' che i due apparati A e B possono decidere di misuare lungo direzioni diverse. Nell'esperimento di Strern e Gerlach si e' vista la cosa magica che una particella non ha allo stesso momento un valore definito sia per lo spin lungo z sia per quello lungo x. E' solo dopo la misura che prende possesso di un valore definito in una solo delle delle due, mai insieme. Se misuro uno, perdo l'altro. Qui ora non solo succede questo, ma in piu', una volta che una particella e' misurata, e quindi collassa su un certo valore, e' come se lo comunicasse istantaneamente all'altra che sta a mille miglia di distanza, non curante della nostra legge sulla velocita' della luce. Se A e B, invece che lungo z, decidono di misurare lungo x, troveranno sempre i loro risultati correlati perfettamente (+ - oppure - +). Ma le particelle non hanno un valore definito dello spin lungo z e x allo stesso tempo, quindi non possiamo immaginarle uscenti dalla loro sorgente in uno stato definito in x e z allo stesso tempo. E quindi la prima deve in qualche modo comunicare instantaneamente alla seconda lungo quale direzione lei e' stata misurata, per poi avere al cento per cento correlazione con la seconda, correlazione che succede in effetti negli esperimenti.

Immaginarlo classicamente sarebbe qualcosa cosi': avere un cubetto e una sfera su un tavolo coperti da due bicchieri rovesciati (non trasparenti). Sappiamo che uno e' bianco e l'altro e' nero, ma non sappiamo chi ha quale colore. E non sappiamo dove sta il cubo e dove la sfera. Li allontaniamo un po' e senza guardare tocchiamo uno dei due alzando il bicchiere, e sentiamo che e' il cubo. Allora istantaneamente sotto l'altro bicchiere sappiamo che c'e' la sfera, e possiamo controllare ed e' in effetti vero (sempre senza guardare). Ora vogliamo vedere il loro colore e guardiamo da uno spioncino di un bicchiere (senza vederne la forma) e vediamo che dove abbiamo capito esserci il cubo, il colore e' bianco. Ancora una volta istantaneamente sotto l'altro bicchiere ci sara' l'oggetto nero, controlliamo ed e' vero, e' nero. Quindi siamo alla facile conclusione classica e realista: il cubo e' qui ed e' bianco, e la sfera e' li' ed e' nera.

Pero', tanto per essere sicuri ritocchiamo senza guardare li' dove c'era il cubo, e diavolo, ci troviamo la sfera!. E se riproviamo tante e tante volte, alla fine ci convinciamo che non c'e' modo di dire esattamente con certezza sotto questo bicchiere c'e' un cubo bianco. Quindi succedono due cose: primo, l'essere cubo e avere il colore bianco sono due proprieta' che non possiamo sapere allo stesso tempo (spin definito lungo z e x), come succedeva per Stern e Gerlach. Secondo, una volta che sappiamo una di queste proprieta' per un oggetto, l'altro istantaneamente prende la stessa qualita', ma complementare, senza errori, con un'informazione che ha viaggiato piu' velocemente della luce e che non faceva dormire sonni tranquilli ad Einstein e a ai poveri mortali realisti locali che vogliamo toccare e vedere e conoscere tutto in un solo momento.

2.3 Dualita' onda particella: esperimento di Young

Quindi fin'ora la realta' delle particelle che compongono tutta la materia si scontra con il nostro buon senso almeno per quanto riguarda il possedere qualita' o proprieta' definite a prescindere che noi le si osservi o no, e per quanto riguarda la trasmissione di informazione a velocita' maggiori di quelle della luce. Nell'esperimento di Young, succede una cosa simile alla prima: non sappiamo la vera natura degli oggetti considerati, e se anzi puo' davvero esserci una sola natura per loro. La domanda e': gli oggetti in questione sono delle onde distribuite nello spazio (cioe' infinite) o delle sferette solide ben localizzate in un punto? Sembra che queste benedette particelle siano le due cose insieme, altrimenti non si spiega come possa essere quello che si vede ormai da duecento anni in tutti i laboratori del mondo.

Young fece il suo esperimento nel 1801, giustamente per capire se la luce fosse costituita da particelle solide come palline, o da onde che viaggiassero in un mezzo che all'epoca era considerato necessario e chiamato etere. Il fenomeno che doveva poter fare la distinzione e' l'interferenza, cosa che succede solo a onde e non a oggetti solidi. L'oggetto onda e' una deformazione di un mezzo che puo' viaggiare. Esempi semplici sono le onde del mare, le cui creste possono essere identificate e seguite nel loro viaggio per decine di metri (basta pensare ai surfisti), o quel colpo di frusta che si puo' dare col braccio a una lunga corda e che crea appunto un'onda che viaggia nella corda allontanandosi dalla mano abbastanza velocemente. In verita' ci sono onde come le onde elettromagnetiche (cioe' la luce, le onde radio, le microonde..) che non hanno bisogno di un mezzo per propagarsi, pur restando onde a tutti gli effetti.

Comunque sia, un'onda che incontra quest'ostacolo speciale fatto da una barriera opaca con due piccoli buchi, al di la' della barriera si scomporra' in due componenti, una per ogni buco, le quali dopo aver percorso una certa distanza si ricombineranno e interferiranno. Questo e' l'esperimento che rese famoso Young. Interferire significa che le due onde dalle due fessure si sommano nello spazio e il risultato sara' una nuova onda diversa: a parita' di energia, ci saranno punti dello spazio dove l'onda sara' alta il doppio, e ci saranno altri punti in cui la nuova onda sara' sempre zero. Con la luce il risultato e' immediato: si vedranno, se si mette uno schermo bianco al di la della barriera, delle frangie di interferenza, tipo zebra, che sono praticamente delle striscie luminose intrevallate con striscie nere, dove la luce non arriva.

La teoria delle onde spiega perfettamente questo fenomeno, non c'e' nulla di strano. Il problema viene quando ci si chiede qual'e' la natura vera della luce: particelle (fotoni) o onde? In verita' la domanda e la risposta valgono sia per fotoni che per elettroni, e molecole anche grandi come il fullerene, una specie di pallone da calcio microscopico fatto di parecchi atomi di carbonio. Ma qui continuo con i fotoni e la luce per abitudine. Young stesso aveva creato il suo esperimento (la barriera con due piccole aperture) appunto per rispondere a questa domanda riguardo alla luce. Quello che vide fu una figura zebrata di interferenza propria solo dei fenomeni ondulatori, e quindi per quasi cent'anni (1800-1900) il problema fu archiviato: la luce e' un onda. Fino all'inizio del 1900 con l'arrivo ancora della meccanica quantistica che sconvolge tutto.

In verita' quello che sconvolge, almeno me, non e' la teoria ma gli esperimenti. In questo caso gli esperimenti non furono possibili fino a tardi, nel 1974, quando a Milano e Bologna (incredibile ma vero, il nostro paese ha messo una pietra importante nella storia della comprensione del cosmo, e io che li c'ho studiato non ne ho mai sentito parlare fino a ieri, siamo forti in marketing noi) il gruppo di Giorgio Merli studio' l'interferenza con singole particelle. Cioe', oramai si sapevano generare queste particelle singolarmente (elettroni nel 1970, oggi anche fotoni e altri) e quindi la domanda era stata completamente riaperta: particelle o onde? In alcuni casi i risultati sperimentali si capivano con particelle, in altri con onde. L'esperimento in questione faceva un mix dei due nello stesso momento. La cosa ha ancora dell'incredibile.

Praticamente l'importante e' che ormai si possono generare fotoni ad uno a uno. E' come avere la manopola che controlla l'intensita' di una lampadina speciale, ed iniziare ad abbassare la luce. Quando l'intensita' e' alta, e noi si abbassa la manopola, vedremo la luce scendere continuamente di intensita' (i fotoni sono tantissimi). Pero', quando e' davvero buio nella stanza (pochi fotoni emessi), ad un certo punto abbassando la manopola ancora un poco, arriveremo in una regione dove la luce puo' essere abbassata o alzata solo a gradini. Alla fine della manopola vedremo che la luce emessa si spegne di colpo, l'ultimo gradino, l'ultimo fotone. Questa e' la regione in cui singoli fotoni sono emessi, quanti di luce. Ne posso avere zero, uno, due, dieci miliardi, ma non uno e mezzo o due e tre quarti. Cos'e' questo se non una particella, un oggetto molto ben localizzato come una pallozza di luce? Oltetutto se si mette uno schermo fluorescnte davanti alla sorgente e lascio uscire un numero n di fotoni, vedro' un numero n di palline luminose rivelate dallo schermo. Ok, sono palline. Se facciamo l'esperimento di Young con delle palline quello che ci aspettiamo e' che dall'altra parte della barriera si vedranno le palline arrivare in posizioni un po' casuali, con un certa distribuzione di probabilita' (dovuta agli urti contro i bordi delle aperture), ma certo con nessuna evidenza di interfernza. L'importante e' che l'interferenza puo' esserci solo se una cosa passa allo stesso tempo da entrambe le fenditure. Questo e' possibile per un onda, che e' distribuita nello spazio, non per una pallozza. Una pallozza non puo' passare allo stesso momento da entrambi i buchi, quindi niente interferenza per pallozze.

Certo, quindi prendi questa che sei convinto sia una singola pallozza di luce e la schianti contro la barriera con due piccole aperture di Young. Se sei fortunato, passera' dall'altra parte e in effetti si vedra' un pallino bianco sullo schermo al di la' della barriera bucata. Il fotone e' arrivato e lo schermo lo rivela. Ok, particella era all'entrata, e particella rimane in uscita. Fino a qui tutto bene. E invece no. Lasci fare questo processo a tantissimi fotoni, ma sempre uno alla volta, e ogni volta vedi un puntino bianco generato sullo schermo, possibilmente in posizioni un po' diverse. Non e' prevedibile esattamente dove il prossimo puntino apparira' sullo schermo, ma dopo un numero sufficiente di puntini sullo schermo, ci si accorge che i puntini non sono distribuiti davvero casualmente. Quello che appare e' la figura di interferenza zebrata che appariva a Young quando usava una sorgente che di fotoni gliene sparava miliardi al secondo. Facendone passare uno alla volta, si ritrova lo stesso risultato, come nella figura che viene da un esperimento. Ma diavolo, quel risulato portava a dire con certezza che sono onde che interferiscono, mentre ora qui siamo sicuri di aver a che fare con particelle singole, che vengono generate a una a una senza mezze misure (1 o 2 ma non 2 e mezzo) e che si schiantano sullo scrmo fluorescente e generano un puntino singolo di luce! Cosa succede? La singola pallozza passa attraverso i due buchi allo stesso tempo, e fa interferenza con se stessa? Che follia e'?

E chi lo sa? Per questo mi sembra tanto interessante tutta questa storia. Non si puo' fare altro che smettere di pensare che una cosa sia solo quella e basta, che la proprieta' di essere pallozza localizzata sia contraria a quella di essere distribuita nello spazio (anzi, infinita nello spazio) come un'onda. Come se un oggetto solido possa anche essere liquido e non avere piu' un volume ben definito. Pero' in effetti e' strano. Il fotone parte come una pallozza (la manopola dell'intensita' e' abbassata abbastanza), si scompone come un'onda tra le due aperture della barriera, e quindi puo' fare interferenza con se stesso, per poi ricomporsi sullo schermo come una particella, generando un singolo puntino luminoso, ma in una posizione non del tutto a caso. E' l'unica spiegazione possibile ad oggi.

La spiegazione della teoria non e' meno strana, e come potrebbe esserlo. La cosa e' spiegata sempre dalla funzione d'onda che ogni fotone ha associata, e che come dice il nome e' un onda. Come ogni onda, essendo distribuita nello spazio, puo' interferire con se stessa una volta sdoppiata dalle due aperture e generare le frangie osservate. Pero' questa non e' un onda normale, ma solo un onda di probabilita', che ci dice solo dove e' piu' probabile trovare la particella. Dove quest'onda ha i suoi picchi, li' sara' piu' probabile, ma non certo, trovare la particella, una volta che la vogliamo osservare. Una volta al di la' della barriera quest'onda sara' a forma di frangie, a causa dell'interferenza, e lo schermo dove il fotone collide finalmente, e' la misura, l'osservazione. Solo li' la probabilita', che aveva dei massimi e dei minimi dove sono le frangie, diventa realta', scegliendo a caso, ma all'interno di quel pattern dato dall'onda con frangie, un solo punto dove piazzare il fotone. E noi li lo vediamo sullo schermo. Quando pero' ne accumuliamo a centinaia, possiamo renderci conto che esisteva un pattern determinista all'interno del quale il fotone veniva piazzato casualmente. Quindi un po' di caso, un po' di necessita', e tanta confusione.

3.0 Conclusione: nessuna conclusione

E quindi? E chi lo sa, non c'e' conclusione. La teoria funziona benissimo, spiega perfettamente tutti gli esperimenti, gli esperti dicono. Io non sono un esperto, e mi lascio imbambolare come davanti a un prestigiatore, sapendo che il trucco c'e', anche se qui non trucco inteso come inganno del pubblico. Qui mi sa che e' il pubblico che si auto inganna, perche' ha categorie mentali che credeva essere universali e invece funzionano solo ad una certa scala, quella ridicola qualche ordine di grandezza attorno ai metri. Ma quando si va nel piccolo queste categorie non funzionano piu', ce ne sono altre che bisogna inserire nell'insieme delle nostre, per rendere l'insieme piu' grande e un passetto piu' generale. Lo stesso avvenne passando dalla fisica di Newton alla relativita', una teoria nuova ingloba ed estende quella vecchia, e l'essere umano deve imparare a vivere dentro un insieme di concetti piu' vasto, dove le possibilita' aumentano, e quindi anche le responsabilita'. La bomba atomica insegna, per ogni espansione della conoscenza ci vuole una pari estensione dell'etica, altrimenti si salta tutti in aria. Per la meccanica quantistica, che per ora ha aiutato a costruire la bomba, la cosa vale specialmente, anche perche' chissa' a quali bellezze e distruzioni portera' un'estensione della conoscenza che va al di la del realismo locale, delle proprieta' oggettive delle cose, del concetto di causa-effetto. Sono convinto che ci sia un potenziale enorme ancora non scoperto, non capito, che avra' bisogno di filosofi e antropologi oltre che fisici. Perche' i loro esperimenti, gia' succede da quattrocento anni, prima o poi escono dai laboratori e cambiano la faccia e la mente al mondo.
REF.
Entanglement, Wikipedia.
Stern Gerlach, Wikipedia.
Double Slits, Wikipedia
Interpretazioni QM, Wikipedia.
Un video del CNR italiano sull'esperimento di interferenza a singoli elettroni del 1974.
J.S.Townsend "A modern approach to quantum mechanics", University Sience Books

November 10, 2007

Omaggio ottico a Blender

Un post per pubblicizzare un programma eccezionale, che mi sta facendo passare del buon tempo davanti allo schermo. Blender e' un software completamente open source e gratuito, tanto da far parte integrante di Debian da tempo, specializzato nella grafica 3D. Nella mia limitata esperienza, non ho mai visto un software open source tanto curato e ben funzionante come Blender (bhe, oltre al sistema operativo medesimo, certo). Il programma e' abbastanza complesso e complicato da usare, ci vuole pazienza per seguire qualche tutorial, la cui scelta e' parecchio ampia. E soprattutto in rete si trovano milioni di informazioni, il bello dell'opensource.

Ho messo qui attorno degli esempi che ho preso dalla pagina d'archivio della fondazione Blender. Le possibilita' sono enormi. Blender, come altri simili programmi 3D, funziona diversamente da programmi tipo Photoshop. Nella sua interfaccia grafica, si costruisce una vera e propria scena a tre dimensioni, in cui ci si puo' addentrare come un gioco 3D. Si inseriscono oggetti come sfere, cubi e cilindri, oggetti vettoriali fatti di punti, vertici e superfici nello spazio, e li si manipola per cambiargli forma. Quando gli oggetti sono pronti, gli si assegna un materiale (quindi un colore, una trasparenza, luminosita', riflettivita'...). Si piazzano nella scena quindi le sorgenti di luce, con la loro direzione, intensita', tipo di illuminazione. Quindi quando la scena tridimensionale e' completata, l'unico modo per poi vederla su uno schermo o su carta e' fargli una foto: si piazza una "macchina fotografica" nell'angolazione voluta, e si scatta la foto (fare il "rendering").

Programmare il rendering della scena e' qualcosa di davvero complesso. Il Ray Tracing e' la tecnica che permette di simulare nel mondo dei bit i raggi di luce e la loro propagazione tra gli oggetti (tra l'altro questo fa parte di un mercato abbastanza grande, esistono software milionari che fanno ray tracing per sistemi ottici complicati; Blender e' piu' per il lato artistico, ma e' gratis). La luce viaggiando e incontrando oggetti diversi, cambia le sue proprieta', e la fisica fin dal 1800 si e' messa a studiare cosa succede alla luce nell'attraversare lo spazio. Il risultato formalizzato in termini matematici e' quell'ottica chiamata geometrica, che una volta trasportata in linguaggio macchina, diventa Ray Tracing e genera immagini piuttosto realistiche come quelle qui attorno.

Ci sono molte cose che devono essere tenute in conto da un programma che fa un buon Render della scena. Il singolo raggio di luce, che e' un oggetto piu' matematico che fisico/reale, avendo una sola dimensione (la retta generata dal vettore d'onda direbbe qualcuno), se viaggia nel vuoto (o nell'aria a condizioni normali) non cambia ne' di direzione, ne' di spettro (l'insieme dei colori che lo formano). Se viene da una lampada a incandescenza o dal sole, si puo' pensare che sia "bianco", cioe' che al suo interno ci siano tutti i colori (non solo quelli dell'arcobaleno, ma di piu', se chiamiamo colore una frequenza, cosa non corretta quanto interessante). Quando invece incontra la superficie di un oggetto reale possono succedere un po' di cose, prese in conto dal nostro buon software.

Normalmente se l'oggetto e' opaco e appare colorato, il raggio di luce che gli arriva addosso (supponiamolo "bianco") verra' in parte assorbito (quindi perso), in parte riflesso con un angolo a caso (scattering si dice). La parte riflessa (scatterata) avra' anche modificato il suo spettro, perche' l'oggetto si sara' mangiato tutti i colori del raggio tranne quello che poi noi diciamo essere il suo colore (in effetti quando diciamo che un oggetto ha un colore, e' proprio vero il contrario, l'oggetto si tiene per se' tutti i colori tranne quello che poi noi gli attribuiamo come "suo"!). Se invece l'oggetto e' speciale, come uno specchio, sara' capace di riflettere il raggio conservando il suo angolo di incidenza e il suo spettro. Quindi il raggio fara' come una palla da biliardo che rimbalza sul bordo, angolo di incidenza uguale a quello di riflessione. Questo permette di vedere perfettamente un oggetto riflesso in uno specchio perfetto. Ma gli oggetti in genere possono essere anche in una via di mezzo tra uno specchio perfetto e un oggetto che diffonde luce completamente a caso, possono un po' riflettere e un po' scatterare, e un po' filtrare qualche frequenza, come possono fare delle vernici luminose.

L'oggetto in questione, poi, puo' chiaramente anche non assorbire troppa luce, e lasciarne passare una buona parte attraverso (il vetro per esempio). Qui allora la cosa si fa piu' complessa, perche' il raggio che attraversa il vetro cambia direzione all'interno del mezzo (rifrazione), e poi la cambia ancora quando ne esce. Il risultato sono gli occhiali. Le lenti in genere riescono a giocare su questo meccanismo e cambiare la direzione dei raggi in maniera controllata. Siccome la rifrazione, la riflessione, l'assorbimento e il filtraggio di certe frequenze e' qualcosa che puo' essere scritto in equazioni (abbastanza semplici per il singolo raggio) e le equazioni sono poi facili da tramutare in programma per computer, che ne puo' gestire molte insieme, Blender e il Ray Tracing possono simulare come la luce cambia attraverso gli oggetti della scena.

Il segreto per snellire una quantita' di calcoli che in principio e' infinita (tra due raggi qualunque ne esistono infiniti, come per le rette) e' quello di partire non dalle sorgenti di luce e seguire tutti i raggi in tutte le direzioni, ma di limitarsi a quelli a cui si e' interessati, che sono quelli che alla fine del loro viaggio arrivano all'occhio, o macchina fotografica. Quindi in effetti l'analisi viene fatta al contrario, partendo dalla fine, dalla macchina fotografica e risalendo fino alla sorgente. In questo modo il Rendering di una scena non troppo complicata e' fatto nel giro di un minuto. L'ottica geometrica applicata, duecento anni di storia, condensati nel processore in pochi secondi. Cosa ne penserebbe Newton?

[PS: l'ultima immagine e' mia! Se non cambiano idea nel frattempo, dovrebbe poi apparire in copertina di un giornale di ricerca.. viva blender.]

November 8, 2007

America, il terrore sotto la pelle

DAL MANIFESTO 8 Novembre 2007

Il regno della paura La sindrome del dopo 11 settembre
America, il terrore sotto la pelle
Stato di assedio. A più di sei anni dal crollo delle Twin Towers, gli Usa vivono ancora in un clima di emergenza Xenofobia Controlli, sospetti, allarme sociale. Democratici e repubblicani davanti al razzismo montante
Marco d'Eramo
Inviato a New York

Per la prima volta, quest'anno mi sono spaventato negli Stati uniti. Perché dopo sei anni di martellante campagna da parte delle autorità e dei media, infine la cultura del terrore si è radicata nella società americana e le ha inoculato i suoi veleni. Da sei anni a questa parte non un solo petardo terrorista è scoppiato in questo paese le cui frontiere sono colabrodo e che conta almeno 12 milioni di immigrati clandestini. L'eccidio più grave è stato commesso in Virginia da uno studente universitario, non da un terrorista. In sei lunghi anni, non un solo attentato terroristico, fosse anche di uno squilibrato (c'è da rimanerne attoniti e meditarci su), eppure tutto congiura a far sì che la società statunitense viva nel costante incubo di un attacco prossimo futuro. Il terrore è penetrato sotto la pelle, con il suo corredo di sospetti, di odio e di xenofobia. Se terrorismo vuol dire diffondere il terrore, allora si può dire che Osama Bin Laden ha conseguito una vittoria strategica di dimensioni inusitate, facendo sprofondare nel terrore la più potente (e minacciosa) nazione del pianeta.

A più di sei anni dall'11 settembre 2001, è ancora e sempre il terrore a dominare quest'avvio di campagna presidenziale che si concluderà nel novembre 2008. È comprensibile che l'ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, sbandieri a destra e a manca la sua gestione dopo il crollo delle Twin Towers: il senatore democratico Joe Biden ha detto che ogni frase della campagna di Giuliani «Ã¨ composta di un sostantivo, di un verbo e di 11/9». È comprensibile, anche se orripilante, che tre favoriti alla nomination repubblicana (Giuliani, l'ex governatore del Massachusetts Mitt Romney e l'ex senatore e attore - non a caso nella serie Law and Order - Fred Thompson), si dichiarino favorevoli, a volte entusiasti degli «interrogatori estremi». Mitt Romney vorrebbe addirittura raddoppiare Guantanamo. Anche se c'è la notevole eccezione del senatore dell'Arizona John McCain, un falco rapace in generale, ma contrario alla tortura, forse perché lui è l'unico del branco ad averla subìta di persona quando era prigioniero di guerra in Vietnam. Tutti questi candidati si gingillano in interminabili discussioni se il waterboarding (tenere una persona con la testa sott'acqua finché sta per affogare, e poi ripetere l'operazione ad libitum finché parla) sia definibile come tortura oppure no.

È già meno comprensibile la senatrice di New York Hillary Clinton quando, dopo essersi dichiarata contraria alla tortura, aggiunge: «Nel caso dovessimo interrogare un detenuto al corrente di un attacco imminente a milioni di americani, allora la decisione di derogare dai criteri internazionali deve essere presa dal presidente. E il presidente dovrebbe risponderne» (ancora una volta è McCain a stonare nel coro: «Il waterboarding à tortura, punto»). I comizi e i talk shows dei repubblicani usano - in modo nemmeno tanto sottile - il terrore per alimentare un odio anti-islamico: «Noi teniamo in considerazione la vita, ed è questo che ci separa dai jihadisti islamici che vogliono ucciderci tutti» (Mike Huckabee, il prediletto dei conservatori cristiani); «Ãˆ guerra totale, è il fascismo islamico che l'ha dichiarata contro di noi» (Fred Thompson); «il jihadismo è l'incubo del nostro secolo» (Mitt Romney), mentre Rudy Giuliani sfotte i democratici: «In quattro dibattiti tv, non un solo candidato democratico ha usato il termine 'terrorismo islamico': è davvero portare all'estremo il politically correct» (sottinteso: «solo noi repubblicani siamo capaci di chiamare le cose col loro nome»). In Italia non ci si rende conto quanto il martellamento mediatico abbia confuso le menti statunitensi. Come già avvenuto con l'Iraq, adesso l'opinione pubblica non dubita che l'Iran sia una minaccia per gli Usa (il 52 % degli americani è ora favorevole a un attacco preventivo contro l'Iran), tanto da indurre George Bush a brandire la minaccia di una «terza guerra mondiale» con un paese che ha un quinto della popolazione Usa, ha un prodotto interno lordo sessanta volte più piccolo e un bilancio militare inferiore a un centesimo di quello degli Usa.

«Servizio completo» per il turista
Ma il veleno più tossico che il terrore inocula nella società americana è il razzismo, la xenofobia. Dall'11 settembre a quest'anno devo aver compiuto una trentina di voli interni negli Usa, e mai mi era capitato di esser l'oggetto di attenzioni particolari da parte dei controlli di sicurezza aeroportuali: in fondo si trattava di un signore europeo di mezz'età, con un visto professionale quinquennale. Quest'anno ho preso tre voli interni, e tutte e tre le volte ho ricevuto il full monty, «servizio completo», pelo e contropelo, con il telefonino, le scarpe, la macchina fotografica passati all'antibomba, e con un sovrappiù di sgarberia e maleducazione. Nei mesi successivi all'11 settembre erano molto più gentili. Una delle caratteristiche che ti facevano apprezzare gli Stati uniti era che, rispetto agli immigrati, questo paese era infinitamente più ospitale di quanto siamo noi (le vicende di questi giorni in Italia ce lo ricordano amaramente). Rispetto agli Usa, l'Europa si è sempre comportata come una fortezza assediata, ostile, respingente, che lascia affogare in mare chi vuole raggiungerla, detiene i malcapitati intercettati dietro i fili spinati di luoghi chiamati sardonicamente «centri di accoglienza», o di «protezione temporanea» (esempi di orwelliana neolingua). Negli Stati uniti c'era un compiacimento addirittura manierato e sdolcinato rispetto alla diversità (tranne poi a rimpiangere che «il nostro quartiere è così diverse», col tono di chi confessa uno scheletro nell'armadio, suggerendo che ci abitano neri e ispanici).

Rigurgiti xenofobi sono ricorrenti in America, a partire dal 1854-56, quando il movimento Know nothing si opponeva (senza successo) all'immigrazione e naturalizzazione dei nuovi venuti, per non pensare alla xenofobia nei primi anni '20 del '900 che portò praticamente alla chiusura delle frontiere per parecchi decenni. Ma erano i «leghisti» americani: ora - proprio come in Italia - sembra che l'intera società si sia leghizzata, col risultato che la differenza tra Stati uniti ed Europa è meno visibile. E nel letale cocktail odierno la base è stata la cultura del terrore. Basti pensare alla vicenda che nell'ultimo mese ha fatto discutere New York e l'intero paese. Negli Stati uniti non c'è un documento d'identità obbligatorio e solo il 10% circa degli statunitensi ha il passaporto: l'unico documento che comporta una foto è la patente, che ormai viene usata quasi come carta d'identità (ma di solito accettano anche la carta di credito, senza foto ma con garanzia bancaria). Gli immigrati clandestini non hanno documenti, sono appunto chiamati «indocumentados»; nel tempo andato qui gli italiani venivano chiamati Wop, che faceva gioco di parole con la sigla Wasp (White anglo-saxon protestant) che indicava l'élite dei primi coloni; ma Wop significava «With Out Papers», sans papiers, anche se secondo alcuni è la deformazione fonetica inglese di «guappo». Il paradosso tutto americano, bizantino e moralista, è che pur non avendo documenti, i clandestini pagano le tasse e sono iscritti alla mutua dai loro datori di lavoro (l'iscrizione alla mutua non richiede di precisare lo status migratorio). Il risultato è che questi contribuenti non hanno documenti. Per di più, se guidano, poiché privi di patente, non hanno l'assicurazione e quindi, se hanno un incidente, tendono a scappare e a diventare pirati della strada. Per tutte queste ragioni, i vari stati si chiedono in modo ricorrente come risolvere il problema. L'anno scorso la California ha bocciato per referendum la proposta di concedere la patente ai clandestini.

Sindrome Osama
Quest'anno ci ha riprovato il governatore democratico dello stato di New York, Eliot Spitzer, un ex pubblico ministero, un Antonio Di Pietro locale: d'altronde anche Rudy Giuliani è diventato sindaco dopo essere stato Pubblico ministero e il passaggio dalla Procura alla politica è antico e frequentissimo negli Usa. Non l'avesse mai fatto. Uno dei due anchormen più seguiti della Cnn, Lou Dobbs, ha lanciato una crociata sanguinosa contro Spitzer, sparandogli contro ogni sera. Il leader della minoranza repubblicana nel parlamento dello stato di New York, James N. Tedisco, ha rispecchiato la sfumata posizione dei tabloid e di Dobbs quando ha esclamato in un comizio: «Osama bin Laden sta da qualche parte in una caverna con il suo covo (sic!) di ladri e terroristi e probabilmente sta stappando lo champagne dicendo 'Hey, quel governatore ci sta proprio dando una mano!'», mentre il deputato dell'Alaska alla Camera degli Stati Uniti, Bob Lynn, esclama nel suo sito blog: «Per favore, niente patente a Osama bin Laden!». Risultato: Spitzer ha dovuto fare marcia indietro e presentare un nuovo, abborracciatissimo disegno legge a tre velocità, che concede la patente solo a certe condizioni. Quando la settimana scorsa i candidati democratici si sono confrontati in un dibattito tv, e a Hillary Clinton è stata posta la domanda sulle patenti ai clandestini, la sua risposta è stata per lo meno imbarazzante: prima è sembrata difendere il piano di Spitzer («mi pare ragionevole»), poi ne ha preso le distanze, e infine, quando il moderatore ha chiesto una risposta precisa, lo ha accusato di giocare sporco.

C'è un motivo per l'imbarazzo della Clinton: in parecchi stati decisivi, sia per le primarie a gennaio e febbraio (in particolare Iowa e South Carolina), sia per le stesse presidenziali dell'anno prossimo, la xenofobia cresce e l'ondata «espelliamoli tutti» sta assumendo le dimensioni di uno tsunami. Perciò i candidati non possono alienarsi questa fetta della popolazione. Ma d'altro canto, in altri stati altrettanto decisivi, gli elettori di origine ispanica sono decisivi anch'essi e nessuno si può permettere il lusso di alienarseli. Si tratta così di accontentare capra e cavoli. Ecco perché nei siti della Clinton e dell'ex senatore John Edwards, la parola immigrazione non compare mai nel loro programma. Sull'altro fronte i repubblicani hanno lo stesso imbarazzo ma con un dilemma inverso. Gran parte della loro base (in termini numerici) è xenofoba e anti-immigrazione, ma gli immigrati - in particolare clandestini - sono vitali per l'agricoltura, i servizi, le industrie agro-alimentari, le grandi catene commerciali, e perciò il mondo degli affari non può farne a meno. Ecco perché era stato votato anche dai democratici il progetto di legge presentato l'anno scorso da George Bush che conteneva un inasprimento dei controlli alla frontiera, ma cercava di far uscire dal limbo i più di 12 milioni di clandestini che lavorano qui da anni. Con in più un problema specifico agli Usa, nazione dove vige il «diritto di suolo» (invece che «diritto di sangue» come in altri paesi: chiunque sia nato negli Usa è cittadino americano, anche se con qualche restrizione). Ora, negli Stati uniti ci sono circa 3,5 milioni di bambini nati qui e perciò cittadini a tutti gli effetti, i cui genitori però sono clandestini e quindi passibili di espulsione. Cosa farne?

Il problema diventa sempre più serio: sono sempre più numerose le deportazioni (130.000 l'anno scorso al confine messicano), si moltiplicano le irruzioni notturne negli alloggi dei clandestini. Già quest'anno molta frutta è marcita perché non è stata raccolta in California. Perciò il (piccolo e) gran capitale è contrario all'ondata xenofoba. Ma il mondo degli affari è appunto uno dei due pilastri del partito repubblicano, quello che gli ha fornito legittimità, presentabilità e fondi elettorali. Prendere una posizione netta sui clandestini è perciò per i repubblicani altrettanto imbarazzante che per i democratici, impigliati ambedue in simmetriche, e contrapposte, contraddizioni di classe. E ambedue restano silenziosi e pavidi di fronte all'imbarbarirsi del paese che in teoria dovrebbero pilotare.

October 31, 2007

Leviatano al perossido di acetone

Si chiama TATP, triacetone triperossido, o solo perossido di acetone, il motivo fatto di polverina bianca per cui dall'agosto 2006 non possiamo piu' portare in aereo nemmeno piu' i liquidi, cosa, almeno a me, parecchio in odio.

Il TATP e' un esplosivo abbastanza particolare, perche' non brucia nulla, come il normale TNT per esempio. Negli esplosivi convenzionali c'e' sempre un ossidante e un combustibile. Quando la detonazione viene iniziata il combustibile viene ossidato dall'ossidante e la reazione sprigiona calore, e tanto. Qui invece la molecola di TATP fa qualcosa di diverso: pur potendo scegliere la strada dell'ossidazione come i comuni esplosivi, trova energeticamente favorevole la dissociazione, la disintegrazione. La parte della molecola con l'acetone semplicemente se ne va e lascia liberi gli ossigeni che si legano immediatamente insieme, formando molecole di ossigeno e ozono. Per ogni molecola di esplosivo, quattro molecole gassose vengono create, in una minima frazione di secondo. Il gas creato e' a temperatura ambiente, cioe' non caldo, ma ha la stessa densita' del solido da cui viene con quattro volte il numero di molecole, cioe' duecento volte la pressione dell'aria circostante. Il risultato e' che la pressione aumenta spaventosamente (700,000 Kg/m^2), e che uno tsunami di aria investe il mondo attorno in un'esplosione praticamente fredda.

Essere costretto a non portare liquidi a bordo, anche se in verita' non mi cambia nulla perche' che liquidi mi devo portare a bordo? mi siedo e chiedo una birra di solito, mi e' sempre risultato comunque molto seccante.
Primo non fa viaggiare, e in generale nemmeno vivere, tranquilli. Non credo proprio di esagerare, si tratta della vita di tutti i giorni. Il messaggio che ci stanno mandando e' che esistono nemici che hanno, e sono pronti ad usare, armi potenti e invisibili come l'acqua, e che quindi dobbiamo prendere delle precauzioni. Queste precauzioni, comunque, vanno sempre nella direzione di una limitazione delle nostre liberta'. Ci stanno dicendo che dobbiamo avere paura.
Non metto in dubbio che ci sia gente pronta a cose devastanti se solo avesse i mezzi, io me la prendo con la reazione di quelli che decidono sulla nostra sicurezza. Il TATP e' stato usato in molti attacchi terroristici, e la goccia che ha fatto traboccare il vaso e' stato il disegno svelato nell'agosto 2006 in inghilterra. La polizia arresta una ventina di persone che stavano architettando di far saltare in aria aerei usando appunto il TATP. Il quale viene presentato come un esplosivo facilissimo da produrre, avendo a disposizione i giusti liquidi, che singolarmente non allarmano troppo (acetone, perossido di idrogeno, cioe' acqua ossigenata, e acido solforico). Cioe' semplicemente un mix di roba inerte che invece diventa esplosiva da tirare giu' un aereo.
E quei terroristi, secondo gli investigatori, avrebbero dovuto preparare il mix nel bagno degli aerei, per poi farli saltare.

Il problema e' che la cosa e' parecchio difficile da ottenere, soprattutto in un bagno di un aereo! Questo e' un articolo che spiega bene. Ci vogliono ore e ore per mettere insieme i liquidi, goccia a goccia da una siringa per non scaldare troppo la reazione, reazione controllata da un termometro e soluzione mischiata in continuazione, con fumi pericolosi che si sprigionano e sempre il rischio di scaldare troppo saltando in aria prima del tempo, con nessun danno all'aereo (perche' ce ne vuole per far cadere un aereo). Allora perche' non se lo fanno a casa e lo fanno esplodere in volo? Perche' il TATP e' super instabile, basta un movimento brusco, un cambio di temperatura, che salta in aria.
Quindi?

Quindi, senza mettere minimamente in dubbio che di terroristi ne esistano in ogni dove (Palestina, Farnesina, Israele, Pakistan, Casa Bianca, Bolivia, Cecenia, Mosca...), perche' la definizione di terrorista non e' assoluta, ma dipende da chi si prende le bombe (e di bombe intelligenti mai ne esisteranno) e che questi definiti terroristi dalla parte avversa uccidano chi davvero non centra nulla, e che creino cosi' solo piu' odio nell'altro verso la propria causa, quella per cui lottano, dunque senza mettere in discussione queste premesse, la reazione dei nostri paesi tutti al TATP e' stata una boiata vigorosa.

Boiata perche' non scalfisce nemmeno in superficie il problema (simile al metal detector nelle scuole USA dopo una strage infantile), perche' tale polverina bianca nel bagno di un aereo non la si puo' fare cosi' semplicemente punto. Perche' crea un disagio, una diminuzione di liberta', in milioni di viaggiatori al giorno. Perche' instaura, anzi aiuta ad instaurare non essendo l'unico rimedio sbagliato a una situazione drammatica, un regime davvero globale di terrore, in ogni aereoporto in ogni citta', di paura di volare, di paura del diverso (se c'e' un arabo a bordo anche la migliore persona di buona volonta' ripete nel profondo dentro di se' il "non essere razzista, non essere razzista, e' solo suggestione, tutto andra' bene"), di paura generalizzata, paura della folla.

Ma oramai si sa, quando c'e' la paura c'e' il miglior controllo da parte del potere (that miserable condition of war which is necessarily consequent, as hath been shown, to the natural passions of men when there is no visible power to keep them in awe, and tie them by fear of punishment T.Hobbes, Il Leviatano), perche' la gente stringendosi attorno ai loro sovrani, che mutano cosi' sempre piu' in tiranni, lasciando loro carta bianca e non volendosi prendere alcuna responsabilita', lascia passare tutto: perdite di liberta', nuove definizioni di nemici, omicidi, guerre preventive. Il tutto in cambio di una pace fasulla, ingiusta, sbilanciata, stillata a gocce di tranquillanti, di anestetici, di trasmissioni inutili in tv, solo per poter distogliere l'attenzione, per essere distratti, assenti, non colpevoli.

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October 28, 2007

Guerra civile spagnola, chiesa cattolica e Pavarotti

La guerra civile in Spagna fu un momento parecchio importante per la storia dell'ultimo secolo: per semplificare un quadro che invece fu complessissimo (anche perche' non ho le conoscenze adeguate), si scontrarono in scala ridotta (ridotta relativamente, visto che a morire furono intorno a un milione di persone) quelle rivalita' che poi combatterono la grande guerra (nazionalismo fascismo contro socialismo comunismo). Quello che comunque successe fu che nel '36 Franco tento' un golpe contro la seconda e legittima repubblica spagnola e non riuscendoci immediatamente, trascino' il paese in tre anni di guerra ('36-'39), fino alla vittoria e all'istaurazione di un regime dittatoriale, finito solo con la sua morte nel 1975.

In quei tre anni la Spagna fu un campo di prova, dove tutte le ideologie potevano trovare spazio, armi e nemici. Tra le piu' influenti c'erano la russia comunista da un lato e i nazifascisti con la chiesa cattolica dall'altro. Inghilterra e Francia di conseguenza, invece, non mossero un dito per paura della germania nazista. La chiesa, dal canto suo, non nascondeva minimamente il suo appoggio per il militare Franco che avrebbe riportato il paese a quote piu' "normali". La seconda repubblica prima del golpe infatti aveva nettamente tagliato la chiesa dalle cose della politica ("Espana ha dejado de ser catolica" disse Manuel Azana capo del governo legittimo nel 1931). Era diventato uno stato assolutamente laico: stato e chiesa separati, sussidi ai religiosi aboliti, introdotto il matrimonio civile e il divorzio, l'educazione non doveva avere piu' carattere religioso, i gesuiti messi al bando. La svolta, in modo che non so se definire ironico segno del destino o terribilmente premonitore, fu definita dal cardinale Pedro Segura y Saanez "un severo golpe".

La chiesa non poteva sopportare tale prevaricazione, naturalmente. L'alleato militare che si ispirava a dio non poteva che essere un naturale strumento per riportare l'ordine che dio voleva in terra di spagna (li come in altri momenti, ci sarebbe voluto davvero un segno divino che indicasse cosa il sempreterno davvero voleva, sempre che fosse interessato al dibattito, certo). La guerra civile prese cosi' immediatamente carattere religioso oltre che politico, e fu tra l'altro il periodo degli assassini brutali dei rivoluzionari antifranchisti verso uomini di fede cattolica, assimilati ai nemici militari, chiese e cattedrali finirono distrutte, insomma una vera guerra civile sanguinaria tra compatrioti con idee e fedi opposte. La sofferenza e' impossibile da pesare e quantificare, quindi e' stupido dire chi abbia subito di piu' in quel periodo tra i repubblicani e i golpisti. Era una guerra, con morti e violenze vere da entrambe le parti.

Quello che e' importante, perche' lo si puo' fare, e' pero' mettere in chiaro le posizioni. L'11 Luglio 1937 i vescovi spagnoli pubblicarono un testo in comune, in cui appoggiavano direttamente il Movimiento Nacional di Franco, come "unico mezzo per riconquistare la giustizia, la pace e i beni che da essa derivano ... Movimiento nacional unica speranza della nazione intera". La guerra politica era diventata una guerra religiosa, una crociata, in cui Franco figurava come "strumento dei piani di Dio in terra" (cardinale Goma'). Il problema, che forse non viene detto abbastanza, era che nelle file dei repubblicani "senza dio che lottavano contro la vera Spagna e contro la religione cattolica" (ancora il cardinale Goma'), vi erano molti cattolici, sopratutto provenienti dai paesi Baschi, di cultura cristiana. Quindi cattolici repubblicani contro cattolici fascisti, la situazione era davvero intricata. Il filosofo francese Jacques Maritain scrisse delle barbarita' commesse dai franchisti nelle provincie basche contro cattolici: "la guerra santa odia piu' ardentemente degli infedeli quei credenti che non la servono".

Quindi dove stava il carattere del salvatore della cristianita' che dipingeva la chiesa in Franco? Forse nel saper scegliere bene chi era cristiano buono e chi no. Insomma, la religione, o meglio la fede quella che uno sente in maniera molto personale e intima, centrava poco, tutto era becera politica, rapporti di potere per cose squisitamente materiali. Le vittime cattoliche in campo franchista quanto repubblicano (preti e monache che morirono per la loro fede) furono sopratutto vittime politiche, impersonificavano il nemico per i repubblicani, erano traditori per i fascisti. Ma cio' non toglie che essi morirono davvero per e a causa della loro fede. E che di queste morti ce ne furono in entrambi i campi, per persone che avevano scelto la loro parte, o in nessuno dei campi, per religiosi che invece uno schieramento non l'avevano scelto, ma si trovarono a impersonificare il nemico agli occhi degli insorti antifranchisti.
Quindi.

Quindi il gesto della chiesa cattolica di oggi 28 Ottobbre, gia' iniziato da Giovanni Paolo II, di iniziare il percorso alla beatificaziopne per quasi 500 tra martiri (perche' morti per la loro fede) di quella guerra, lascia perplessi. Primo, la giornata e' l'anniversario della marcia fascista su Roma. Anche se fosse solo una coincidenza, non giova all'immagine della chiesa cattolica una tale svista, che avvicina invece di allontanare come dovrebbe essere il concetto della santa sede terrena con la politica umana, politica sopratutto intransigente dittatoriale fascista. Il mio consiglio ai cattolici che tengono alla loro chiesa e' che se essa vuole riguadagnare il rispetto che pensa meritare, deve riuscire in primissimo luogo (ancora prima della pedofilia interna, degli scandali finanziari tipo Calvi, dei problemi legati alla loro definizione di rispetto della vita -preservativo, aborto, cellule staminali, inseminazioni varie ed eutanasia- o delle ingerenze piu' o meno forti nella vita di uno stato laico) a apaccare l'equazione "chiesa cattolica = fascismo", che visite di papa Woytila a Pinochet e gesti come questo della beatificazione certo non fanno.

La chiesa e' sempre attentissima al messaggio che una sua azione puo' dare all'opinione pubblica. Un buon esempio di questo periodo si trova su famiglia cristiana n.38 (23 sett.2007) (ma io l'ho trovato qui) in cui un prete risponde a un lettore che chiedeva come mai a Pavarotti, divorziato e convivente, furono dati i funerali religiosi, mentre a Welby, cattolico professante ma non d'accordo con la dottrina a proposito di eutanasia, furono negati. Chiesa forte coi deboli e debole coi forti? La risposta e' questa: "La decisione di celebrare in forma religiosa e solenne i funerali di Pavarotti ha provocato scandalo in alcuni fedeli. E' ipotizzabile che le autorita' ecclesiastiche l'abbia previsto. Probabilmente hanno valutato che non concedere il funerale religioso ad un personaggio cosi in evidenza sul palcoscenico del mondo sarebbe stato uno scandalo ancora maggiore ... Una scelta di opportunita' pastorale non mette in discussione la dottrina ecclesiale".

Una piccola lettera, ma ricca di parole chiave: valutazioni, opportunita' pastorali, palcoscenico del mondo. La chiesa e' forte in comunicazione, in marketing. Quindi tutto deve essere preso seriamente nei suoi mesaggi. La marcia su Roma e la beatificazione di morti in una guerra civile. Non so per certo, perche' non sono riuscito a trovare chiare informazioni, se tra i beati spagnoli di oggi ci siano sacerdoti che chiaramente appartenevano al fronte opposto, repubblicano antifranchista. Sicuro morirono al grido di "viva Cristo re" (Repubblica), il che con la parolina "re" buttata li, non fa ben pensare. Inoltre il papa dice di questi martiri: "che hanno pagato con la vita la loro fedeltà a Cristo e alla Chiesa". Fedelta' alla chiesa, quindi forse peggio. Infatti se ci sono solo morti di una parte (quella fascista), la cosa e' grave: non solo la fede per cui sono morti li ha beatificati, ma soprattutto l'appartenenza politica. La beatificazione e' funzione della politica, chiesa = fascismo reggerebbe ancora. Se invece ci sono anche per esempio sacerdoti baschi delle file dei republicani, la cosa e' meno grave, ma avrebbe dovuto essere chiarito molto meglio che morti di entrambe le parti, morti per la loro fede punto, sono stati scelti come esempio per tutti noi. Perche' altrimenti il mesaggio che ci mandano oggi ("non possiamo accontentarci di un cristianesimo vissuto timidamente", cardinale Saraiva) e' che dobbiamo restaurare attivamente la dittatura, unico strumento di dio in terra! Spero nella ragionevolezza dei cattolici, che so che posseggono. Strano che il papa sembrava aver capito molto chiaramente il problema :

"La Chiesa sta divenendo per molti l'ostacolo principale alla fede. Non
riescono piu' a vedere in essa altro che l'ambizione umana del potere, il
piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il
cristianesimo ufficiale, sembrano per lo piu' ostacolare il vero spirito del
cristianesimo". Joseph Ratzinger.


REF.
Repubblica.it
Corriere.it
it.wikipedia
en.wikipedia
es.wikipedia
salamelik

October 14, 2007

Rete locale (LAN) con debian

Finalmente sono riuscito a creare una piccola e semplice Local Area Network (LAN) a casa, collegando tre computer (due laptop e una torre proveniente dalla spazzatura, due con installato Debian Etch e uno con Ubuntu 6.10 Edgy). Allora qui riassumo il tutto, per aiutare la mia pessima memoria e chiunque altro voglia mettere su facilmente una piccola rete locale a costo bassissimo. Ci ho messo tempo perche' non ho comprato nulla, tutto e' stato trovato o "alleggerito" da surplus buttati in angoli polverosi al lavoro, nessuno ne sente la mancanza diciamo. Per questo le scuole come le piccole organizzazioni con un ufficio e un po' di computer, potrebbero risparmiare molto e guadagnare in efficienza con le reti locali tutte di Linux, anche se poi e' possibile inserire PC "castrati" (Doc definition) con window$. Basti pensare a una classe di scuola per esempio: il PC centrale e' quello del prof, potente e costoso, con memoria e capacita' di calcolo etc.. Tutt'attorno ci sono quelli degli studenti, assolutamente vecchi e inutili altrimenti. Si collegano questi a quello centrale con una LAN, e gli studenti usano il processore del prof per fare qualunque cosa, invece dei loro vecchi e stanchi processori locali. Con un solo buon PC, un HUB o Switch o Router (da 0 a 100 euri) e tanti vecchi PC a costo zero, una classe di informatica e' bell'e sistemata, con un totale di 500 euri o poco piu'. Comunque.


                                                           / PC1 192.168.255.2
 -------------                                            /
|mondo esterno|--modem-------|PC principale|------------HUB---PC2 192.168.255.3
 -------------           eth0              eth1           \
                         dhcp          192.168.255.1       \ PCx 192.168.255.x


Da me il PC torre e' quello principale poiche' e' lui a essere collegato a internet, e distribuisce la connessione a quelli interni tramite masquerading (chiamato anche NAT, Network Address Translation: il provider di internet praticamente non si accorge di tutti i PC dietro il primo che maschera tutti gli altri). Allo stesso tempo serve da firewall per quelli interni, bloccando tutto quello che dal mondo esterno arriva e puo' essere dannoso, e facendo passare solo quello che e' conosciuto e sicuro (almeno si spera). Il firewall e' essenzialmente iptables, software potente quanto complicato che guida il Kernel del sistema nel decidere che fare dei pacchetti che arrivano alle schede di rete, ma (grande consiglio da Doc) reso molto piu' semplice da firehol, che crea configurazioni complicate per iptables a partire da un linguaggio molto piu' semplice.

Questo PC ha quindi due schede di rete ethernet (vecchissime e sempre dalla spazzatura, non c'e' bisogno di comprare nulla), con cavi RJ45 (trovati chissa' dove). Una (eth0) collegata al modem che collega al mondo esterno, e l'altra (eth1) alla rete interna. La rete interna e' messa insieme da un vecchissimo HUB 10T (rubato anche lui dalla spazzatura al lavoro, il mio miglior negozio di informatica per il momento), che praticamente mette in comunicazione i cavi a lui attaccati, senza nessun'altra operazione sui pacchetti (cosa che un router invece fa), ma davvero ora che tutto funziona non vedo perche' spendere soldi per un router visto che non noto rallentamenti (dipende dal bassissimo numero di PC allacciati credo). Quindi il PC centrale e' collegato da una parte al mondo esterno, dall'altra al HUB, a cui sono attaccati tutti i PC della rete locale. Entrambe le schede di rete del PC torre sono state automaticamente detettate da Debian e subito funzionanti, previa modifica del file /etc/network/interfaces. Nel PC torre questo file e' cosi:
 # The loopback network interface:
 auto lo
 iface lo inet loopback
 
 # To exernal world:
 auto eth0
 iface eth0 inet dhcp
 
 # To internal LAN:
 auto eth1
 iface eth1 inet static
 address 192.168.255.1
 netmask 255.255.255.0
 network 192.168.255.0
 broadcast 192.168.255.255
Per la rete locale il suo numero IP e' 192.168.255.1 (uno degli indirizzi IP che si possono senza problemi usare nelle reti locali), nella scheda eth1. Dal provider di internet invece prendera' un numero IP dinamicamente (dhcp) per la scheda eth0. Tutti gli alri PC all'interno della LAN hanno il file /etc/network/interfaces molto simile, ma con solo una scheda di rete configurata staticamente, un diverso IP number, e con un gateway indicato. Il gateway e' il PC a cui collegarsi per uscire nel mondo esterno, quindi per loro e' la torre 192.168.255.1 . Quindi per il secondo PC dentro la LAN, il file e' questo:
 # The loopback network interface:
 auto lo
 iface lo inet loopback
 
 # To internal LAN:
 auto eth1
 iface eth1 inet static
 address 192.168.255.2 
 netmask 255.255.255.0
 network 192.168.255.0
 broadcast 192.168.255.255
 gateway 192.168.255.1
Per il terzo PC, invece, solo "address" cambia in 192.168.255.3 e cosi' via per altri PC se ce ne fossero (192.168.255.x). Una volta che questi files sono stati cambiati, bisogna far ripartire la rete nei PC, con il comando /etc/init.d/networking restart oppure ifup --force eth1 (se la scheda relativa a quel computer e' eth1).

Se non fosse per il firewall ancora da configurare sul PC principale "torre", e forse firewalls negli alri PC, fino a qui la rete locale e' settata e tutto dovrebbe funzionare all'interno della LAN. E' possibile fare ping o ssh da un computer all'altro della LAN, per esempio. Per settare il firewall del PC principale, quindi firehol e' un ottimo strumento. Con aptitude install firehol lo si installa immediatamente. Per averlo caricato di default bisogna cambiare il file /etc/default/firehol in modo da avere la linea
 START_FIREHOL=YES
Quindi bisogna passare al suo file di configurazione /etc/firehol/firehol.conf. Sul linguaggio da utilizzare, non troppo complicato, qui si trova un ottimo tutorial. Il file sul mio PC principale e' il seguente:
 version 5
 
 interface eth0 internet
 policy reject
 protection strong
 server ssh accept
 server ping accept
 client ssh accept
 client http accept
 client https accept
 client ping accept
 client dns accept
 client ftp accept
 
 interface eth1 home
 policy reject
 server http accept
 server ssh accept
 server ping accept
 server dhcp accept
 server https accept
 server dns accept
 server ntp accept
 client ssh accept
 client ping accept
 
 router home2internet inface eth1 outface eth0
 masquerade
 route all accept
 
 router internet2home inface eth0 outface eth1
Nella prima parte si danno preferenze per eth0, cioe' la connessione col mondo esterno ("internet"). Nella seconda con la rete di casa ("home") su eth1. Di default tutto e' bloccato ("policy reject"), salvo quello specificato nelle linee successive, in cui alcuni programmi sono autorizzati (ssh, ping, http, https, ftp...). Nella parte "router home2internet inface eth1 outface eth0" e' indicato il passaggio dall'interno (LAN) all'esterno, con le relative interfaccie (eth0, eth1). Con la semplice linea "masquerading", si dice di voler il masquerading attivo. Nella successiva parte "router internet2home inface eth0 outface eth1", non essendoci nulla, si blocca il traffico da internet all'interno della LAN (il firewall). Finalmente, per far partire firehol, basta il comando #/etc/init.d/firehol start.

Aggiornamento, un'ultima cosa
Se proprio nella LAN interna si deve mettere un PC con windows (qui Vista), bisogna dare al PC un indirizzo IP fisso, mentre di default funziona normalmente quello fornito dinamicamente dal provider (DHCP). Per farlo:
Control Panel >> Network and Internet >> Network connections.
Right click su Local Area Connection >> Properties.
Left Click su Internet protocol Version 4,
click sul bottone Properties.
Selezionare Use the following IP address: (invece di Obtain an IP automatically).
Inserire gli indirizzi negli spazi. Nel mio caso (vedi sopra):
IP address: 192.168.255.3
Subnet mask: 255.255.255.0
Default gateway: 192.168.255.1
Quindi per il server DSN (quello che capisce l'indirizzo del computer o sito che si vuol visitare fuori in rete esterna), selezionare sotto Use the following DNS server address:.
Qui ho inserito l'indirizzo o gli indirizzi IP xxx.xxx.xxx.xx che si trovano nel PC gateway, che fa da porta al mondo esterno tramite masquerading, nel file /etc/resolv.conf.
Se poi si torna in ufficio, o un altro posto dove windows deve funzionare con IP dinamico (DHCP), allora si deve cambiare il tutto di nuovo, selezionando semplicemente nelle Properties i due bottoni Obtain an IP address automatically e Obtain DNS server address automatically

October 11, 2007

Cleveland mon amour

Ennesimo episodio di sangue in una scuola da queste parti. Questa volta il new york times se la cava con due articoli piccoli piccoli (1 2). Non c'e' stato in effetti troppo sangue, qualche schiena scheggiata e un petto forato, ma nessuna vittima. Quindi nessuna necessita' di paginoni riempiti di candele e adolescenti in lacrime guardando lontano. Nessuna necessita' nemmeno di mettere in discussione la facilita' con cui ci si puo' procurare un'arma in questo paese maliconico di far west. Qualcosa c'e' pero': una riga in due articoli che dice "The shooting raised questions about security at the school, the SuccessTech Academy." Quindi, non certo a livello nazionale sulle armi in genere, ma nella scuola particolare, non un metro piu' in la. Quello che succede e' che ora il preside e i vari responsabili saranno presi di mira perche' in quella scuola: “There’s no checkpoint,” he said. “There’s no metal detector.” Questo fara' andare in bestia tutti i genitori che chiederanno la testa dei vari responsabili. Nessun metal detector.

Ma come riescono sempre in questo posto a mancare il bersaglio cosi' clamorosamente? Succede oramai metodicamente. L'Iraq, e presto l'Iran, sono minaccie alla pace? quindi andiamo a portare loro la guerra. Il ragazzino con problemi spara? perbacco, non c'era sicurezza alla porta. La droga fa male? allora andiamo a bombardare tutta l'Asia e un po' di Sud America, in cerca di papaveri. La sanita' pubblica gratis senza assicurazioni? diavolo non siamo mica comunisti!
Sistematicamente un'azione utile a un minuscolo gruppo clamorosamente influente, viene sbandierata a soluzione facile per problemi ultra complessi. Primo, mai queste soluzioni funzionano, perche' mai vanno a toccare il cuore del problema, e direi che manco lo scheggiano. Anzi, provocano danni molto piu' devastanti di quello che sarebbe successo se nulla fosse stato fatto (basti pensare alla minaccia Saddam, ma dov'era la minaccia? Con quali armi? [le peggiori stime danno a oggi 1.220.580 morti in Iraq, hitler, stiamo arrivando] E il disagio creato a milioni di studenti che ogni mattina devono passare in fila in tutte le scuole del paese per un metal detector? Ed io che vado in ospedale con una mano che era un pallone e nessuno mi chiede cosa ho, ma che assicurazione ho, e non avendolo chiaro dovermene tornare a casa?). Secondo, il fastidio doloroso che mi provocano sottopelle questi argomenti, e' dovuto all'inaudita ipocrisia che regge il tutto. Si va in medio oriente per il petrolio; non si tolgono le armi perche' la lobby relativa fa soldi a palate; non si danno cure gratuite perche' il sistema arricchisce tantissimo pochissimi che diventano potentissimi.

Le loro liberta' tanto sbandierate avvizziscono sotto un manto di egoismo ipocrita, indorato con un forte senso di comunita' anche lui sbandierato in ogni lato, che a questo punto sarebbe meglio se non avessero, o facessero meno finta di avere, e iniziassero a mangiarsi tra di loro come iene, obese.

October 5, 2007

Manipulating text file in bash

Here I post the script I wrote in bash to help a guy working in biology. He needed to modify stuff inside a preatty long text file. Doing it by hand is what he is used to do, but it's too hard. As this is the first time I do something like that, this script is for sure not effective, slow, not elegant and with many many works-around. Any suggestion will be very appreciated. The file is a . gb, coming from a huge biological database. It is divided in may similar repeated parts, like this:

LOCUS ABC_123 923 bp DNA linear ENV 20-MAY-2007
DEFINITION Uncultured bacterium clone P4T_321 16S ribosomal RNA gene, partial sequence.
ACCESSION XYZ123051
VERSION EF552051.1 GI:146575907
KEYWORDS ENV.
SOURCE uncultured bacterium
ORGANISM uncultured bacterium
Bacteria; environmental samples.
1 gctttgcaag tcgggtgttg aaatccccag gcttaacctg ggaactgcat tcgagactgc
61 attgctagag tatgggagag ggaagtggaa tttcaggtgt agcggtgaaa tgcgtagata
121 tctgaaggaa catcagtggc gaaagcgact tcctgggcca atactgacgc tcatgtgcga
181 aggcgtgggg agcaaacagg attagatacc ctggtagtcc acgccataaa cgatgagaac
241 tggatgtcgg gagggtctgc ctctcggtgt cgtagctaac gcgttaagtt ctccgcctgg
(...)

LOCUS XYZ_345 764 bp DNA linear ENV 20-MAY-2007
DEFINITION Uncultured bacterium clone P4T_200 16S ribosomal RNA gene, partial sequence.
ACCESSION XY123050
VERSION XY12350.1 GI:146575906
KEYWORDS ENV.
SOURCE uncultured bacterium
ORGANISM uncultured bacterium
Bacteria; environmental samples.
REFERENCE 1 (bases 1 to 764)
(...)


What he needed was to replace the word after LOCUS with the word in the following line after clone (the name of a bactrium probably), and that for every occurrence of the patterns in the file. For example the first line would change in:

LOCUS P4T_321 923 bp DNA linear ENV 20-MAY-2007
DEFINITION Uncultured bacterium clone P4T_321 16S ribosomal RNA gene, partial


The idea is to find all the lines where "LOCUS" appers, and write their numbers in a file. These numbers will be used by awk and sed to substitute the fileds. This substitution is done in a for loop. Here first the corrected line is written to stout (sed -n '...s/.../p'). Then the lines down to the next line with "LOCUS" are printed. The last occurrence of the pattern "LOCUS" gave problem, so I had to insert the variable m (the number of line with "LOCUS") and compare it to the length of the input file.
This is the script:

#! /bin/bash

# Syntax:
# ./chtitle input_file > output_file

# Changes ,in the input_file, all the titles after the field "LOCUS" 
# (like P4T_321) with the ones found one line below in the 
# field "DEFINITION".
# In the script, "$1" is the input_file to change.

# finds all words "LOCUS" in file $1, and print num.lines where it finds them:
grep -n "LOCUS" $1 | cut -d: -f1 > qqq.temp

# totlines = total number of lines in $1 
totlines=$(awk 'END{print NR}' $1)

k=1;

# moves "i" in qqq.temp, where num. of lines with "LOCUS" are stored:
for i in $(cat qqq.temp); 
do  
    # "title" = string to move, in the line after "LOCUS":
    title=$(awk 'NR=='$i'+1{print $5}' $1); 

    # substitutes the word after "LOCUS" with "title", and prints the line:
    sed -n ''$i's/\(LOCUS\) [  ]* \([a-zA-Z0-9_]*\)/\1       '$title'/p' $1;

    # m = in qqq.temp, the numb. of the next line with "LOCUS":
    m=$(awk 'NR=='$k'+1{print $0}' qqq.temp);

    # len = how many characters form m? if 0 => it's the last:
    len=${#m};

    # if length(m) = 0 => give m the value "n":
    if [ "$len" -eq 0 ]; then m=n; fi 

    # echo ==== i=$i m=$m lenm=$len ===;
 
    # prints all the lines down to the next "LOCUS"
    awk 'BEGIN{ii='$i'; mm='$m'; if (mm==n) mm='$totlines'} NR>ii &&
    NR<mm {print $0}' $1; 

    k=$k+1;
done

rm qqq.temp


Update : incredible improvement from Doc:
"I am sure any perl user could do better, but I gave it a try anyway. If the files are well behaved (that is, there is always one and only one line containing "clone" after a line containing "locus" before a new "locus" is encountered), I think this works (otherwise, let me know!):
$ tac original_file | awk '{if ($4 == "clone") {tmp=$5}; if ($1 == "LOCUS"){$2=tmp};print $0}' | tac > modified_file

"

October 2, 2007

Diversi Sistemi di Voto

Puoi cambiare tutti i metodi che vuoi ma se non cambia la cultura, c'e' poco da fare. - Pippo, 2007
"Insanity" is doing the same thing over and over again and expecting different results. - A.Einstein



Table from Wikipedia Voting Systems
Majority Monotone Condorcet Independ.Irrelev.
Alternat.
Clone
independent
Plurality yes yes no no no
Range Voting no yes yes (ambig.) yes yes (ambig.)
Approval yes yes ambig. yes ambig.
Borda no yes no no no
IRV yes no no no yes
Schulze yes yes yes no yes
Runoff voting yes no no no no



Nelle caselle della tabella e' indicata la risposta alle seguenti proprieta' :
  • Majority: se esiste una maggioranza che vota un candidato (o che lo mette piu' in alto in una scala di preferenze) rispetto a tutti gli altri candidati, questo candidato vince sicuramente?
  • Monotone: E' vero che e' impossibile far perdere un candidato, che altrimenti vincerebbe, votandolo (o mettendolo piu' in alto nelle preferenze)? E che e' impossibile far vincere un candidato, che altrimenti perderebbe, non votandolo (o mettendolo piu' in basso nelle preferenze)?
  • Condorcet: Se un candidato vince tutti gli altri sfidandoli singolarmente, questo vince anche la vera elezione?
  • Independence of Irrelevant Alternatives: Il risultato finale dell'elezione e' lo stesso se si aggiungono o rimuovono dei candidati non vincenti? Cioe', se avendo la scelta tra A e B, vince A, allora adesso avendo la scelta tra A, B e un nuovo X, e' vero che A comunque vince con B?
  • Clone Independence: Il risultato e' lo stesso se si aggiungono dei candidati identici (dei cloni) a quelli gia' presenti?


Nelle nostre care democrazie, sono tanti e vari i metodi esistenti per far scegliere al popolo tra le opzioni possibili. Nella tabella in alto ne e' indicato qualcuno, con alcune proprieta' che in seguito spero diventeranno chiare. E' davvero necessario essere consapevoli che il metodo scelto in un'elezione e' importante, perche' puo' cambiare nettamente i risultati. Ma anche il modo in cui tra amici si sceglie a che pizzeria andare puo' essere determinante, al di la delle scelte dei singoli. Insomma, il modo in cui si esprime una preferenza sembra essere importante per il risultato finale almeno quanto le scelte individuali (e forse pure di piu').
Le due piu' grandi categorie in cui si dividono i sistemi elettorali dipendono dal numero di vincitori voluto, cioe' esistono i sistemi con unico vincitore (tipo presidenziali) e quelli con molti vincitori (tipo maggioritario o proporzionale per i parlamenti). Di seguito mi sono concentrato su quelli a unico vincitore, perche' mi sembrano piu' facili e toccano grandi elezioni (presidenziali USA per esempio) che cambiano il mondo. La grande sorpresa e' che il metodo piu' usato (il cosidetto "plurality") non sembra nemmeno lontanamente uno dei migliori, anzi. Credo che farebbe bene un dibattito su quale sistema adottare, al di la di quello su maggioritario o proporzionale che gia' esiste, che comunque e' interno al sistema Plurality. Nessuno ci ha mai chiesto come vogliamo votare, e fino a prima di iniziare questa ricerca in rete, non avevo idea che si potesse esprimere il voto in maniera diversa a una semplice crocetta. Esistono altri modi molto piu' espressivi, in cui l'elettore puo' dare molta piu' informazione che una stupida crocetta, e quindi alla fine le diverse idee possono essere rappresentate in maniera migliore dalla distribuzione dei nostri rappresentanti (o dipendenti -definizione di Grillo che mi piace -cosa rara-).
I sistemi che per ora prendo in considerazione sono i seguenti:

Plurality System :

E' il sistema piu' usato e quello a cui si pensa immediatamente (se non si sa nulla sulle alternative) come unica possibilita' di voto. Ogni elettore ha un voto a disposizione che consiste nella possibilita' di mettere una (e non di piu') crocetta sul nome del suo candidato. Alla fine il candidato con piu' preferenze (in generale e' la pluralita', non la maggioranza assoluta) vince. Con due soli candidati il metodo e' infallibile, la maggioranza decide. E questo e' un principio che, insomma, dovrebbe essere sempre rispettato, o almeno cosi' ci si aspetta. Ma quando esistono piu' di due opzioni, o candidati, le cose si complicano. Parecchi problemi seri, di cui abbiamo fatto esperienza tutti e ovunque, nascono di conseguenza:
Il metodo e' fortemente sensibile al cloning dei candidati: se arriva un candidato B che e' simile in tutto a un buon candidato A che potrebbe vincere, una parte dei voti per A gli saranno rubati da B. Questo puo' portare alla perdita di entrambi A e B, con la vittoria di un terzo, che non ha il gradimento della maggioranza della gente (il che significa che la maggioranza della gente sarebbe scontenta, che visto cosi' e' abbastanza tragico!).
Questo fatto succede ovunque, e mi pare simile a quello che sembra essere il problema endemico della sinistra, la frammentazione, ma che forse e' piuttosto un problema interno al sistema stesso di voto. Tanti partiti piccoli a sinistra, che in totale farebbero la maggioranza, fanno si che la destra piu' unita vinca le elezioni (anche se in questo caso non si tratta strettamente di singolo vincitore, ma forse per la scelta del primo ministro in Italia il discorso e' valido comunque). Il cloning fa si che "gli amici litighino", in quanto per vincere e' meglio non avere avversari troppo simili a se', e' importante combattere gli amici quasi piu' che i nemici (sopratutto se si hanno buone probabilita' di vincere il nemico in una sfida diretta).
Tanti esempi esistono, come la presenza di Nader nelle presidenziali USA 2000: Gore (51,003,926 voti), Bush (vincente, con 50,460,110 voti) e Nader (dei verdi, chiamiamolo clone di Gore con 2,883,105 voti). Se gli elettori di Nader nell'assenza del loro candidato, fossero, come ci si puo' aspettare (ma non e' detto), almeno in parte passati con Gore, oggi la guerra in Iraq forse non l'avremmo (chissa' cosa avremmo in cambio comunque).
Oppure ancora per il primo turno in Francia 2002 quando Jospin (socialista) con sorpresa di tutti fu fatto fuori da LePen (fascista), che poi perse sonoramente con mobilitazioni di piazza nel ballottaggio contro Chirac, coi voti della sinistra che si "turo' il naso" all'occasione. Molti amici mi dissero come ando': la gente voleva esprimere le loro idee nel primo turno, e poi votare Jospin nel secondo. La cosa ando' male a causa della frammentazione appunto, ma Jospin in qualche modo aveva il diritto di passare al secondo turno, questo era il sentimento di tutti.
Ecco, il problema e' che questo sistema di voto non prende in conto le "seconde scelte" della gente. Se voto per i verdi ora, non e' detto che non vorrei vedere eletto qualcun'altro tra le file, chesso', dei socialisti. Certo non vorrei qualcuno dell'estrema destra pero'. Questo pensiero deve poter essere preso in conto da un sistema di voto piu' ragionevole, e dovremmo lottare tutti per metterlo in pratica, indipendentemente dall'appartenenza politica. E' una questione di migliore democrazia. In tale sistema, il plurality, l'elettore e' quindi spinto a non votare come davvero vorrebbe (voto non sincero), per evitare problemi come quelli appena descritti. Cioe', se si appartiene a un piccolo partito che non ha alcuna speranza, si e' spinti a votare per il partito piu' grande che non sia proprio cosi' male, piuttotsto che "sprecare" il proprio voto e vedere alla fine eletto l'avversario sull'altra sponda, il piu' odiato.
E' una cosa che succede spessissimo, ne ho avuto esperienza diretta con amici "estremisti" che non hanno votato il loro candidato pur di non vedere Sarkozy eletto in Francia nel 2007. Succede sempre quando il sistema e' di tipo maggioritario (lo sanno gli elettori di rifondazione comunista o quelli dall'altra sponda, quando il proprio partito non e' allineato con i DS o forza italia).
E' quindi un sistema insano, in cui si puo' vincere con una minoranza, in cui la gente non vota sinceramente ma strategicamente il meno peggio (quello piu' vicino alle sue idee, che ha piu' copertura mediatica e puo' collezionare piu' voti), e che spinge dopo un lungo uso a una supremazia di due soli partiti (e' dimostrabile anche con simulazioni, oltre che sotto gli occhi di tutti), e alla lunga a farli assomigliare sempre di piu', perche' in fondo devono conquistare ormai solo piu' l'elettorato di centro che puo' oscillare tra uno o l'altro, mentre agli estremi la gente, non avendo altre scelte, e' bloccata a votare la propria sponda (fino a uno sfinimento e a una disaffezione verso la politica). Vero e' che il bipolarismo aiuta la governabilita', ma allora bisogna chiedersi se quello che vogliamo e' la governabilita' o una piu' ampia liberta' di scelta che meglio si incolli alle nostre idee tutte abbastanza diverse. Spesso, quando due cose sembrano escludersi mutualmente, un buon giusto mezzo tra le due e' una buona soluzione. Quello che rimane e' che il plurality per elezioni di un solo vincitore e' seriamente un sistema patologico. Perche' nessuno nelle alte sfere ne parla?

Borda System :

Per quello che ho capito, questo e' il secondo step verso un miglior sistema per decidere un singlolo vincitore. Da quello detto sopra per il plurality, un miglior sistema dovrebbe prendere in conto le "seconde scelte" degli elettori, per spingerli a votare in maniera sincera e non strategica per non sprecare il loro voto con piccoli candidati che mai avranno speranza. Il Borda system prende in considerazione questo: ogni persona puo' (anzi deve) fare una lista completa con tutti i candidati, messi in ordine di preferenza (senza omettere nessuno e senza mettere due candidati a parimerito). Da ciascuna lista si da il punteggio ai candidati (se sono 5: 5 punti per il primo, 4 al secondo etc...), e poi si sommano tutti i punti che ciascuno ha racimolato in tutte le schede. Chi ne ha ottenuti di piu' e' il vincitore.
I vantaggi sono parecchi e il concetto di scelta democratica cambia rispetto ai nostri canoni comuni (che seguono il sistema plurality). Questo e' un bell'esempio di come cambiano le cose: 4 citta' con diversa popolazione devono votare per decidere chi tra loro sara' la capitale. Supponiamo, cosa abbastanza plausibile, che ogni citta' voti se stessa nel metodo plurality (quello solito del singolo voto). In questo caso e' abbastanza scontato che vincera' la citta' piu' numerosa, avendo la maggioranza relativa sulle altre. Ma e' davvero la scelta migliore? Forse no, perche' se la citta' piu' grande non contiene la maggioranza assoluta delle persone (plausibile), allora la maggioranza delle persone stara' fuori dalla citta' vincitrice e sara' scontenta della scelta. "La maggioranza e' scontenta" non sembra ancora troppo giusto e democratico.
Votando invece secondo il Borda system, tutto cambia. Le seconde (e terze e quarte...) scelte dell'elettore diventano importanti, e possono far capovolgere il risultato. Se la citta' piu' numerosa e' odiata da tutte le altre citta', come nell'esempio, e quindi messa in fondo alla lista delle preferenze, allora sicuro non vincera' piu' pur avendo la maggioranza relativa (cioe' i suoi soli cittadini). Vincera' invece con molta probabilita' una citta' ben vista da tanti, anche se senza una maggioranza relativa sulle altre (secondo il metodo plurality). Per questo il metodo e' anche chiamato "consesus-based".
Ma ci sono dei punti deboli, come spiegato in questo sito (che promulga il Range Voting). Supponiamo tanti candidati, dei quali pochi molto forti e con l'elettorato molto polarizzto (tipo: tanti partiti, ma la DC, il PCI e PSI i poli piu' forti). Se ora si vota con il Borda system, la gente e' spinta a mettere al primo posto il suo preferito, e a mettere al fondo i maggiori opponenti. In mezzo alla lista ci saranno i cosi detti "non-entities", quelli di cui a nessuno importa. Bhe, alla fine puo' succedere (ed e' successo nele sole elezioni al mondo svolte col Borda system, in Kiribati[!]), che i maggiori opponenti (quelli tra cui ci si aspettava senza dubbio il vincitore) vengano cancellati vicendevolmente, per far vincere uno tra i non-entities, cosa abbastanza deludente per tutti, poiche' non avevano votato sinceramente.
Un'altra proprieta' "strana", ancora abbastanza deludende, e' il fatto che a un gruppo politico conviene col Borda system avere quanti piu' candidati possibili. E' l'esatto contrario che con il Plurality, piu' candidati simili esistono, piu' crescono le possibilita' che uno di quelli sia eletto (verranno messi tutti nei primi posti della lista, relegando agli ultimi gli avversari, quindi dando piu' differenza di punti tra i due schieramenti). E' il problema del "cloning" con segno opposto, definito "teaming" (comunque per questo il Borda system non soddisfa il "cloning criterion" della tabella).

Run-off Voting System

E' in uso in molti paesi, tra cui la Francia per l'elezione del presidente. Quindi i suoi pregi e difetti sono da prendere abbastanza seriamente. Anche in Italia e' usato nelle elezioni comunali e dovunque si senta parlare di ballottaggio. L'elezione si svolge in due turni, al primo tutti i candidati somno presenti e l'elettore puo' indicare una sola preferenza (come nel plurality, una sola croce). Al secondo turno passano solo i due candidati che hanno ottenuto piu' voti, e gli altri sono eliminati. Quindi si vota una seconda volta (il ballottaggio) e chi ottiene la maggioranza tra i due vince.
La filosofia che sta sotto il Run-off e' quella di eleggere un candidato che abbia una maggioranza assoluta, cosa che avviene sicuramente nel secondo turno (e se succedesse al primo, il candidato vincerebbe senza bisogno del ballottaggio, cosa rara). In questo modo il vincitore puo' dirsi appoggiato dalla maggioranza assoluta degli elettori, cosa non ovvia per altri sistemi di voto. C'e' pero' da domandarsi che tipo di maggioranza e' quella che elegge il candidato al secondo turno. C'e' la possibilita' che sia una maggioranza fittizia, fatta da molti elettori che "si turano il naso" pur di non vedere eletto un candidato seriamente odiato (ne sanno qualcosa i francesi di sinistra che votarono Chirach in massa (80%) contro LePen nel 2002). E sicuramente le opinioni degli astenuti non sono tenute in conto, in quanto possono essere solo disaffezionati alla politica oppure essere convinti non-sostenitori di entrambi. Questo si vede nelle statistiche di partecipazione al secondo turno, che e' storicamente sempre piu' basso del primo.
Altro problema e' la possibilita' di voto strategico, anche se minore rispetto al plurality. Puo' essere strategicamente utile non votare per il proprio favorito, ma per qualcun'altro minore che possa contrastare il diretto avversario del proprio favorito, in modo da vedere passare al secondo turno questo minore e il proprio favorito (anche se in pratica la cosa e' rischiosa). Oltre al voto strategico, il sistema e' sensibile alle nominazioni strategiche (cloning e irrelevant alternatives). Piu' candidati della propria sponda ci sono, meno sono le probablita' di passare al secondo turno. Meglio combattere un amico che un nemico, in altre parole, per evitare la frammentazione. Un aspetto invece positivo puo' essere quello dell'influenza dei candidati eliminati sui vincitori. Infatti al secondo turno i due contendenti devono convincere gli elettori dei candidati eliminati. Questo porta a compromessi tra il vincitore e gli esclusi e in genere a tenere in conto delle idee di persone non rappresentate al secondo turno (almeno nelle intenzioni).

Instant Run-off Voting System (IRV)

E' molto simile al Run-off, ma si tiene in una sola seduta. E' un sistema alternativo che ha qualche seguito, essendo applicato per elezioni particolari in Irlanda, in USA, Australia e Papua Nuova Guinea. Il meccanismo e' un misto tra plurality e borda: ogni elettore vota su una scheda, su cui sono presenti tutti i nomi dei candidati, indicando le sue preferenze in ordine di importanza con numeri interi. Cio' significa che scrivera' affianco al nome del suo primo candidato un 1, del secondo un 2 etc. Si puo' decidere che l'elettore deve dare preferenze a tutti i candidati (ogni candidato deve avere un numero e la sequenza deve essere completa), oppure che si possono lasciare spazi vuoti per candidati che non si conoscano abbastanza. Comunque sia, lo spoglio segue queste regole, che formano dei diversi round di voto:
  • 1) si contano le prime preferenze di tutti,
  • 2) si vede se c'e' qualcuno che ha la maggioranza assoluta (50%+1 dei votanti),
  • 3) se questo non c'e' (come succede quasi sempre nei primi round), si elimina il candidato che ha ricevuto meno preferenze, e si ricomincia dal punto 1). Le schede che indicavano questo candidato eliminato ora indicheranno la loro scelta successiva.
    In questo modo si vota una volta sola, ma e' come fare piu' turni con l'eliminazione di un candidato (l'ultimo) per turno. Si arriva solitamente dopo i round necessari, a uno scontro finale diretto tra i due maggiori avversari, scontro in cui necessariamente uno avra' la maggioranza assoluta.
    Tra i pregi c'e' il fatto che l'elettore indica le sue preferenze oltre alla sola prima (come nel plurality), quindi e' un voto piu' "espressivo". Tra i difetti c'e' la complessita' della messa in pratica, i voti non si possono sommare per poi comunicarli alla centrale per esempio (IRV non e' addittivo). A San Francisco il software delle macchine che dovevano analizzare i dati di un'elezione con IRV System nel 2004, crasharono impietosamente. IRV e' inoltre non monotono, il che significa che puo' succedere che mettere un candidato piu' in alto che un altro, abbia come effetto quello di farlo perdere! Inoltre il vincitore col sistema IRV puo' non essere il Condorcet winner. Il Condorcet winner e' definito come il candidato che vincerebbe contro ogni altro, in sfide a coppie. Non e' detto che il Condorcet winner debba essere la prima scelta di tutti, ma nell' IRV puo' succedere che tale winner perda anche se vincesse le sfide a coppie di un altissima maggioranza.

    Range Voting

    E' il sistema che questo sito difende e propugna con moltissimi argomenti seri e matematici. Ammetto che fin ora sono stato abbastanza convinto, quindi tutto quello scritto e' stato certamente influenzato. Un riassunto di tutte le informazioni che si trovano e' quasi impossibile, quindi meglio riferirsi direttamente al sito in questione.
    Il Range Voting e' un sistema elettorale per vincitore unico, con multiple scelte ma non preferenziale. Significa che si possono dare piu' opinioni su diversi candidati, ma non e' necessario dare un ordine stretto di preferenze. Si danno voti, nel senso di numeri interi in un certo intervallo (di solito 0-99), a quanti candidati si vuole. E' come nelle gare olimpiche in cui i giudici (gli elettori) danno voti agli atleti (i candidati). Alla fine si sommano i voti di ciascun candidato e chi ha il numero piu' alto vince.
    E' un sistema piuttosto semplice, lo si puo' capire piu' facilmente di altri metodi e lo si puo' mettere in pratica altrettanto facilmente su larga scala, poiche' e' addittivo (quindi una semplice chiamata tra i seggi e la centrale e' sufficiente, come per il plurality). E' espressivo (non solo una preferenza, ma tanta informazione e' data dall'elettore e contenuta nella scheda) e quantitativo (l'elettore fornisce informazione sull'intensita' della sua preferenza). Non e' sensibile al cloning dei candidati, perche' ognuno corre la sua strada indipendentemente dagli altri. Un clone in altre parole non puo' "rubare" voti al suo sosia, perche' si e' liberi di dare un numero alto ad entrambi (anche lo stesso numero). Poiche' il numero dato a C non condiziona la gara tra A e B, il voto strategico non ha piu' valore, conviene sempre votare onestamente. Dare un voto piu' alto a B invece che al preferito A, non puo' aiutare A. Range Voting da molto piu' peso ai "terzi partiti", in mezzo a due grandi, spezzando cosi' il bipolarismo. Nel sistema plurality, i voti ai "terzi partiti" sono artificialmente tenuti bassi dal sistema stesso: nessuno vuole sprecare il proprio voto votando qualcuno che non ha possibilita'. Nel Range Voting, non essendoci piu' alcuna ragione per non dare la propria opinione onesta riguardo al terzo partito, questo puo' prendere molto piu' peso, rinforzato dai voti di tutti quelli che o non potevano darlo come seconda scelta, o non volevano sprecare il loro voto. Insomma il terzo partito sara' giudicato per quello che e', e forse rivelera' sorprese. Matematicamente, il Range Voting ha il piu' basso Bayesian Regret (un metodo matematico per dare un numero al "dispiacere" dell'elettorato di fronte al risultato finale dell'elezione) tra i comuni metodi a singolo vincitore. Soddifa il Condorcet criterion (cioe' se un candidato A e' preferito a un candidato B, per ogni B, allora A e' il vincitore dell'elezione [sembra banale ma il plurality per esempio non lo soddisfa]) , ma nei dettagli questo dipende dalla definizione, la cui versione originale fu coniata per metodi a preferenze strette (A>B>C). Per questo nella tabella e' indicato come ambiguo.
    Insomma, se si dovesse cambiare sistema di voto, questo sarebbe il mio preferito al momento.

    Approval System

    E' un sistema a meta' strada tra il plurality (una sola crocetta) e il Range Voting (tanti voti -numeri- per quanti candidati si vuole). Nella scheda si puo' mettere una croce sul nome di quanti candidati si vuole, senza che la scheda sia annullata. Alla fine si contano le preferenze che ogni candididato ha racimolato, e chi ne di piu' e' il vincitore. E' quindi una sorta di Range Voting binario, dove le intensita' di voto sono ridotte a due: 1 oppure 0. Se tutti gli elettori decidessero di dare una sola preferenza, per non aiutare nessun altro oltre al proprio favorito, allora l'elezione sarebbe equivalente a una fatta col Plurality System. Manca quindi, rispetto al Range Voting, tutta l'informazione rispetto alle intensita', l'elettore fornisce meno informazione, a guadagno della semplicita'. Ma il voto strategico prende piu' importanza: se il candidato che ha piu' probabilita' di vincere non e' amato da un elettore, allora la migliore strategia, per quell'elettore, e' quella di votare per tutti i candidati che si preferiscono a quello, per dare piu' probabiilta' a qualcun altro di vincere. Se invece il proprio candidato favorito e' quello che ha piu' probabilita' di vincere, allora la migliore strategia e' quella di non votare nessun altro (nemmeno, non onestamente, altri che piacciono).


    REF.
    Wikipedia/Voting Systems
    RangeVoting.org
    The Science of Elections. Science 292, 5521 (2001)
    Psychological Effect of Approval Voting, Science Online (2001)
    Evaluating Voting Methods
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